di Vincenzo Vacca

È innegabile che l’esplosione dei contagi da covid 19 ha determinato, sull’onda appunto dell’emergenza sanitaria, decisioni affrettate. Il timore che potesse aumentare esponenzialmente il numero dei contagiati nelle carceri rendendo ancora più esplosiva la situazione degli istituti penitenziari, molto difficile già prima dello scoppio della pandemia, ha indotto a prendere dei provvedimenti controversi. È il caso di precisare che la pena in uno Stato democratico come il nostro non ha una finalità vendicativa. La pena deve tendere, anche nel criminale più incallito, alla rieducazione del fuorilegge in conformità a quanto stabilito dalla Costituzione. Non deve apparire un discorso da anime belle. Anche nella repressione delle mafie, è stato dimostrato che la Repubblica democratica, nel rispetto del garantismo costituzionale, ha inferto colpi molto più micidiali dello Stato fascista. Nella storia del nostro Paese, mai come negli ultimi trent’anni, sono stati comminati tanti ergastoli. Sono state disarticolate efferate associazioni criminali, quali i casalesi e i corleonesi. Confiscati patrimoni enormi alle mafie consentendo, tra l’altro, l’assegnazione di numerosi sedi a Forze di polizia, a gruppi di volontari etc..

Tutto questo è stato reso possibile per lo straordinario impegno di Magistratura e Forze dell’ ordine, ma anche per le pervasive e tenaci attività effettuate nel tessuto civile del Paese, basti pensare a Libera, da parte di diverse associazioni al fine di arginare il consenso di segmenti non piccoli di popolazione nei confronti dei poteri criminali. Pertanto, possiamo certamente parlare di uno sforzo corale, trasversale alle Istituzioni e alla società civile. In fondo, il tutto in uno spirito costituzionale.

Tornando al discorso iniziale, in questi giorni stiamo assistendo a furiose polemiche in ordine alla decisione di alcuni Tribunali di Sorveglianza di fare scontare la pena a numerosi detenuti a casa propria. Sembra che siano oltre trecento persone, di cui tre sottoposte al “41 bis”. Questi sono i dati resi pubblici. È chiaro che chi ha deciso in merito ha dovuto fare una scelta tra due diritti. Il diritto di garantire la salute al detenuto e, dall’ altro lato, il diritto dello Stato finalizzato a evitare che i boss possano ristabilire contatti con il proprio territorio. A tal fine, occorre ricordare che il cosiddetto “carcere duro” era stato previsto al fine di interrompere definitivamente i collegamenti tra il boss e il gruppo criminale che capeggiava. Infatti, pur essendo in carcere, tanti esponenti delle mafie riuscivano ugualmente a ricevere informazioni su cosa stesse facendo il clan criminale e a dare ordini per la perpetuazione delle attività delittuose. Quella fu una misura molto discussa tra i giuristi, in quanto oggettivamente poneva problemi di dubbia costituzionalità. Ma la Costituzione prevede che lo Stato democratico, di fronte ad una minaccia grave come quella delle mafie (non dimentichiamo la stagione durante la quale furono uccisi decine e decine di servitori dello Stato) possa adottare provvedimenti di natura eccezionale, naturalmente, sempre senza stravolgere i dettami costituzionali.

Il ritorno dei boss nei propri territori può essere foriero di gravissimi problemi. È noto che la potenza di un boss trae origine nel proprio territorio. Infatti, anche durante la latitanza, evita quanto più possibile di lasciare la zona dove opera il gruppo criminale che capeggia. Inoltre, agli occhi delle persone del posto appare come una ulteriore dimostrazione della forza del clan criminale, mettendo in dubbio l’ efficacia del contrasto alle mafie da parte della Magistratura, delle Forze dell’ordine e dello Stato nel suo complesso. In qualche modo, aumenta il prestigio criminale di questi soggetti. A tutto ciò, occorre aggiungere il rischio serio che qualcuno riesca a darsi alla latitanza.

A dimostrazione che la gestione della detenzione di queste persone detenute non è stata, per usare un eufemismo, oculata, sta nel fatto che il Ministro della Giustizia ha prospettato la possibilità di un Decreto Legge per fare rientrare in carcere i boss. Sembrerebbe che tale proposta sia rientrata per una questione di costituzionalità. Il clima politico si è ulteriormente riscaldato a seguito delle dichiarazioni del consigliere del CSM, Nino Di Matteo, in ordine alla sua mancata nomina a capo del DAP. Dato che Di Matteo era diventato una icona del M5S, questa polemica tra il Ministro Buonafede e Di Matteo diventa ancora più lacerante.

A mio parere, rischia di diventare fuorviante, perché catalizza l’attenzione della pubblica opinione sui protagonisti della polemica, trascurando il problema vero. E il problema vero, che ha generato la decisione della scarcerazione, è l’edilizia carceraria che è tale da non garantire sempre ed efficacemente la salute di chi è presente nelle carceri a vario titolo. Perché occorre garantire la salute, e non viene detto con la dovuta nettezza, anche del personale che lavora negli istituti penitenziari.

Andrebbe anche affrontata la questione che la detenzione carceraria dovrebbe essere limitata solo per i colpevoli di gravi reati. Per gli altri, andrebbero pensate ed attuate altre forme di rieducazione. Ma per fare ciò, occorrerebbe una grande capacità di elaborazione politica e culturale e, invece, viviamo ancora tempi nei quali il diritto penale viene visto come la panacea di tutti i mali. Torneremo su questi argomenti.

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