La ridondanza della solitudine dei soli ai tempi del Covid

In che modo la pandemia ha influito sulla vita dei single? Le persone sentimentalmente non legate rischiano di vedere sfumata qualsiasi occasione per fare nuove conoscenze?

Ci hanno spesso detto che da qualche parte, nel mondo, esiste la nostra anima gemella. Molti di noi si può dire che siano cresciuti con questa visione romantica e un po’ fatalista delle relazioni.
Anche il più cinico dei disillusi non può non averlo pensato almeno una volta nella vita; magari dopo un trip allucinogeno, in preda a una sbronza triste o anche solo perché ispirato dalla stagione degli accoppiamenti.

“Non era la persona giusta per me, evidentemente” “Non era il momento adatto per noi due” “Non eravamo pronti” “Il problema ero io”.  Questo è l’arsenale di frasi fatte dal quale attingiamo ogni volta che qualche rapporto “scema” o si va via via deteriorando. Come se dovessimo giustificare a qualcuno –qualcuno che il più delle volte siamo noi stessi medesimi- la nostra solitudine sentimentale.
Perché?  C’è forse qualcosa di così atroce nel concetto di “single”? C’è forse un nuovo decreto legge di Conte che stabilisce un indice anagrafico secondo il quale ci si avvia inevitabilmente verso l’essere “zitella” o “scapolone” (eh, in qualche modo gli uomini ci vanno sempre meglio, pure con gli epiteti)?
Sicuramente no, ma è altrettanto sicuro che più della metà degli individui che popolano la superficie terracquea cercano quell’anima gemella tanto decantata; che li sopporterà quando ruttano a tavola, quando sbattono le suocere nelle case di riposo, quando mentono, tradiscono o semplicemente puzzano.
Primo assunto del teorema : ”Non c’è niente che non va nella mia persona! Perché lavorare su me stesso? È molto più semplice immaginare una creatura mitizzata che mi accetti con tutti i miei orridi difetti. Peccato che viva in Polinesia. Peccato che sia il signor Darcy. Uff, sono proprio sfortunato/a”.
In virtù di quest’ansia sociale di esibire in qualsiasi contesto il nostro +1 – ansia che comincia all’incirca a 12 anni, quando un parente che non sa nemmeno di chi sei figlio o se hai il terzo occhio sulla fronte ti chiede: “e il/la fidanzatino/a??”-  che sono spuntate come funghi le app di incontri e i siti per conoscere eventuali partner.  Bistrattati, denigrati e trattati alla stregua di love-hotel virtuali dai più bigotti (di solito quelli fidanzati con la compagna dell’asilo, sposata poi in seconda media) in realtà hanno avuto il merito di resistere nel tempo, di assolvere alla loro funzione; l’avventura di una notte o, anche, una relazione.
Nell’era digitale si sono sprecate le testimonianze di chi ha raccontato la propria felice esperienza con i vari Tinder-Badoo-Meetic, nella speranza che agli schieramenti denigratori arrivasse forte e chiaro un messaggio: l’importanza  di questi siti per chi si sente solo, per chi ha bisogno di una chiacchiera, di un flirt, di essere desiderato, di organizzare qualcosa per sentirsi vivo.
Per chi conduce una vita sacrificata e frenetica, per chi con il tempo non ha abbandonato le proprie insicurezze ma le ha ingigantite, per i poeti timidi che scrivono sui post-it versi della loro solitudine ma che balbetterebbero davanti a un caffè.
Eppure, se da un lato questo sembrerebbe il periodo storico migliore per garantire e potenziare connessioni ed incontri virtuali, dall’altro lo spettro inquietante e minaccioso del lockdown, le quarantene, il coprifuoco e l’ansiosa diffidenza nei confronti del prossimo automaticamente trascinano l’essere umano verso il baratro dell’isolamento volontario.
Con la prospettiva guardinga alla quale ci ha costretto il Covid, l’eventuale incontro con una persona conosciuta attraverso lo schermo di un cellulare o un computer ci spinge automaticamente a trincerarci  dietro ulteriori ansie e a gonfiare quelle che automaticamente ci scatena il senso dell’ignoto.
La parola “sconosciuto” acquista nuove connotazioni; il semplice estraneo diventa potenzialmente pericoloso, l’adrenalina dell’avventura si guasta con il terrore di incappare in quella che potrebbe essere semplicemente una situazione ad alto rischio di contagio, la poesia dell’avventatezza si macchia con l’irresponsabilità. Con l’effetto di condannare i romantici a sguazzare in una melma di stasi sociale e noia imperitura.
Non è il momento di incontrare persone nuove, di “scoprire” altri esseri umani, di chiacchierare e condividere con chi potrebbe paradossalmente lenire le angosce quotidiane. E questa volta non dipende da noi. Non è un periodo negativo per la nostra sfera sociale, psichica, emotiva. Siamo semplicemente costretti a rintanarci nella consuetudine.
Come ogni catastrofe pandemica anche il Covid ha evidenziato che no, non siamo tutti uguali.
E se i quotidiani ed i telegiornali non fanno che ribadire quanto gli ultimi siano condannati a rimanere tali la mia riflessione, sicuramente più leggera e scanzonata, punta il faro sugli orfani affettivi. Sulla ridondanza della solitudine dei soli.

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