La morte del Divo!

Alle 12,25 del 6 maggio 2013 si è fermato uno degli orologi biologici del nostro Paese. La morte di Giulio Andreotti, resa nota dai familiari, è giunta in un momento della politica italiana molto delicato, quasi simbolico.

Il sette volte Presidente del Consiglio e più volte ministro è stato protagonista della scena politica italiana per oltre cinquanta anni. Dal 1945 è stato abile regista, una certezza rassicurante, che dalle fila della Democrazia Cristiana ha guidato l’Italia, perseguendo la ragione di Stato e il bene comune, in un cammino ricco di luci ed ombre.

Vale più una battuta, se ti riesce, di un discorso preparato”.

Questa risposta fulminante di Giulio Andreotti può assurgere ad emblema di un uomo che ha plasmato la politica italiana. Sempre irriverente, come quando nel 1989, informato dal giornalista Massimo Franco, di essere stato oggetto di una biografia, rispose di non amare le biografie da vivo, ma di capirne il senso in quanto disse testualmente “Io sono postumo di me stesso”.

E attraverso le battute corrosive dell’ultimo divo della politica italiana, si possono rileggere i fatti salienti della nostra storia, investita quest’ultima di un arduo compito dal Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano che, commentando la morte di Giulio Andreotti, ha riservato proprio alla “Storia” il compito di esprimere un giudizio approfondito e compiuto sul Divo.

Presso la camera ardente allestita al quarto piano del civico 326 di Corso Vittorio Emanuele, casa-studio romana di Andreotti, presieduta dai familiari, c’è stato un commosso viavai di persone, amici, colleghi dell’ex senatore a vita che gli hanno reso omaggio. Non ci saranno funerali di Stato, le esequie previste per oggi, si svolgeranno in forma privata presso la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Roma.

Diego De Vellis

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