La banda del buco venti anni dopo

La banda del buco venti anni dopo

La banda del buco venti anni dopo

La banda del buco venti anni dopo

La banda del buco colpisce ancora. O meglio, ha cercato di colpire la Deutsche Bank di Piazza Medaglie d’Oro. E immediatamente mi è tornato alla mente il ricordo di un’altra banda del buco, di oltre venti anni fa, quando ero un cassiere della Deutsche Bank di via Depretis. Anche allora irruppero da un buco nel pavimento della filiale. Erano in nove. Con il passamontagna. Tra di loro si chiamavano Ugo, forse memori delle riflessioni di Massimo Troisi sul nome da dare al figlio. Avevano un palo probabilmente nel marciapiede di fronte, che li avvisava di tutto ciò che avveniva per strada. Sapevano tutto: a che ora apriva il caveau, a che ora sarebbe arrivato il furgone portavalori, quanto tempo dovevano aspettare: 45 minuti. Interminabili. Alle 8.20, per giunta, la banca aprì regolarmente al pubblico, per non destare sospetti. Quindi per 45 minuti vivemmo la straordinaria esperienza di fare sportello con nove Ughi incappucciati ed armati che si muovevano piegati nel backoffice e controllavano nervosamente la situazione. I clienti entravano, ma ovviamente non usciva nessuno. Momenti drammatici. Ma qui emerse tutta la comicità delle situazioni drammatiche: una anziana signora si sentì male e Ugo subito accorse per soccorrerla. Dato che si sentiva deboluccia, il collega fu autorizzato a preparare il caffè nel cucinino dell’agenzia. Dopo pochi minuti la signora i nove Ughi e tutti quanti noi ci sorbivamo un caffè fumante in piena rapina. il capo Ugo rivelò anche l’indole etica e direi quasi socialista sua e dei colleghi: chi doveva versare denaro poteva farlo, noi cassieri dovevamo rilasciare regolare ricevuta: “Nuje vulimme arruba’ a banca no a vuje” disse ai clienti metà terrorizzati e metà rincuorati da questa nobile dichiarazione. Ma il vero fuoriclasse fu il mio anziano collega e storico cassiere della banca: il figlio stava all’ultimo anno di ragioneria e doveva andare a scuola. Era quasi uno studente modello, unica pecca: la mattina non sentiva la sveglia, doveva essere il papà a svegliarlo. E il mio collega pensò che una rapina di nove ladri in pieno giorno in pieno centro della città, con circa trenta persone sequestrate in agenzia non fosse un motivo sufficientemente grave da giustificare un’assenza a scuola del figlio. E così con grande naturalezza e – oserei dire – candore chiese al capo Ugo se poteva telefonare al figlio per svegliarlo. Ugo Senior guardò il mio collega tra lo stupito e il divertito. Fra i tanti imprevisti che forse si era preparato a gestire sicuramente non c’era questo. E se il mio anziano collega stava bluffando? E se chiamava la polizia? Ma il rapinatore Ugo puntò sulla fiducia: sorridendo, acconsentì dicendogli: “Va buo’, telefona, ma si fai ‘o strunz te sparo mmocca”. Ma il collega non tradì la fiducia di Ugo. A mano a mano che i clienti versavano, gli Ughi passavano poi a ritirare i soldi dal nostro cassetto. Un cliente versò centomila lire per un piccolo pagamento e io, fedele alle disposizioni della banca che in caso di rapina richiede al personale di non ostacolare i rapinatori e anzi di agevolarli nelle operazioni, segnalai all’Ugo più vicino che avevo incassato altre centomila lire. Ma lui con grande signorilità mi rispose: “Tienatella po ‘o disturbo”. Alla fine tutto andò bene (per la banda degli Ugo). Trafugarono i soldi del bancomat, del portavalori e del nostro caveau. Alle 9.20 in punto come nove zoccole si dileguarono nel buco da cui erano entrati. Non prima di aver educatamente salutato tutti ed essersi complimentati con noi dipendenti per la calma e la freddezza mostrate. Chapeau. A quel punto arrivò la polizia, gli ispettori della banca, ecc. ecc. Ma no era ancora uscito il nono Ugo che uno dei nostri clienti, un famoso spedizioniere, come se niente fosse, mi chiese tutta un serie di informazioni, pagamenti, bonifici. A me che ero stato – insieme a lui – sotto sequestro e in balia di nove rapinatori per 45 minuti! Nemmeno un attimo per dire: “Come sta? Tutto ok?”. Ma non era l’ultimo colpo di scena del giorno: quando l’ispettore della banca mi chiese la mia situazione di cassa e io gli denunciai la centomila lire, invece di elogiarmi per onestà e professionalità, mi guardò con una faccia stupita quasi a dire: ” Guarda a sto coglione!”.E i nove Ughi? Qualche mese dopo lessi sul Mattino che erano stati catturati grazie al fatto che uno di loro la sera se andava in giro per locali e per belle donne destando i sospetti degli inquirenti. A maggior ragione rimpiansi che non avesse accettato quelle centomila lire durante la rapina: invece di darle alla banca, almeno lui se ne sarebbe visto bene..