La banalità del male

L’editoriale di Vincenzo Vacca a 91 anni dalla nascita di Anna Frank.

L’editoriale di Vincenzo Vacca a 91 anni dalla nascita di Anna Frank

di Vincenzo Vacca

Il 12 giugno 1929 nacque a Francoforte Anna Frank, ebrea, la quale con la sua famiglia si rifugiò ad Amsterdam, ma dovettero entrare in clandestinità per sfuggire alle persecuzioni naziste. Nell’agosto del 1944, furono scoperti e arrestati. Furono condotti inizialmente al campo di concentramento di Westerbork. Successivamente, divisi in vari campi e Anna morirà, sembra di tifo, a Bergen – Belsen nel mese di febbraio o marzo del 1945.

Come noto, durante il periodo di clandestinità, Anna Frank tenne un diario che le era stato regalato dal padre, Otto Frank. Su quel diario, la ragazza scrisse una serie di impressioni, considerazioni, tipiche di una ragazzina in un contesto storico politico così particolarmente drammatico. L’unico sopravvissuto della famiglia Frank fu il padre, il quale dopo la liberazione riuscì a recuperare il diario e fu pubblicato. Nel corso degli anni, il libro ebbe un successo planetario.
Questa storia si inserisce nel crollo morale che investì quasi tutta l’ Europa partorendo il progetto nazista di sterminio nei confronti degli ebrei. Un progetto che nacque certamente in Germania, ma fu sostenuto anche dagli alleati dello Stato tedesco.
Furono vittime di questo progetto di sterminio, unico nella storia dell’ umanità, anche una serie di categorie di persone, quali prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, rom, sinti, omosessuali, portatori di handicap mentali o fisici. Era avvenuto una inversione del Comandamento religioso e laico : non uccidere. Questo era diventato: “uccidi quanto più possibile“. Gli esseri umani ridotti a numero e ai quali si negava il diritto fondamentale di esistere, semplicemente di vivere. Un passaggio dall’umanità alla bestialità.
Lo sterminio fu così gigantesco che non c’è un numero preciso di quanti morti questa follia, se di follia possiamo parlare, ha provocato. Comunque, si calcola che, tra il 1933 e il 1945, furono circa 15/16 milioni le vittime dell’Olocausto, tra cui 5/6 milioni di ebrei.
Per quanto fortemente discusso, io continuo a pensare  che, per la incommensurabilità dell’ evento, la Shoah ha una sua unicità, in quanto non paragonabile con qualsiasi altro genocidio avvenuto nella storia dell’umanità. Stiamo parlando di un regime politico totalitario che venne sostenuto  da milioni e milioni di persone che già ai suoi esordi non nascose il suo progetto di eliminazione degli ebrei e di tutti gli altri gruppi umani già indicati.  Quindi, chi sostenne il nazismo fu di fatto consapevole e moralmente complice della sua intenzione  omicida su larghissima scala. Ecco perché prima ho scritto di un crollo morale che ebbe il suo epicentro in Germania, ma coinvolse un intero continente.
Per la enormità di tutto ciò avvenuta nell’Europa vale a dire nel territorio considerato la culla della civiltà che ha fatto nascere e diffondere l’illuminismo, non sarà mai abbastanza la volontà di capire i meccanismi profondi di quell’orrore che l’umanità visse.
Inoltre, costituisce una plateale smentita che la cultura può essere un antidoto sufficiente per la barbarie. Una acritica esaltazione della ragione può portare alla teorizzazione, con nefasta messa in pratica, della creazione “dell’uomo nuovo“. Teorie che hanno portato a dimensioni concentrazionarie finalizzate alla costruzione di un mondo depurato dai “diversi“.
Finita la guerra, tra le tante cose dette e studiate, si è provato a capire chi erano questi assassini. Quali furono i sentimenti che li portarono a fare quelle cose ignominose. Una delle risposte convincenti, sostenuta particolarmente dalla Arendt, è che, per la maggior parte dei casi, non furono solo i nazisti convinti, ma delle persone comuni. Quindi, non dei “mostri”, ma persone che decisero di non fare i conti con la propria coscienza. Di cessare di avere un pensiero e, in questo caso, quest’ ultimo è da intendersi come colloquio con se stesso. Di conseguenza, qualsiasi azione omicida sembrò lecita, in quanto perse qualsiasi impatto emotivo con chi la compì.
Sopra ho riportato una serie di numeri in ordine alle vittime e, quando si parla di numeri, si rischia di creare una sorta di statistica. Nel senso che i grandi numeri, paradossalmente, fanno perdere la percezione della vicinanza che dobbiamo avere rispetto a tutte queste persone uccise. Tra l’ altro, uccise quasi sempre dopo un percorso di indicibili sofferenze. L’ indicazione di un numero appare freddo, neutro, facendo perdere, o quanto meno diminuendo, la carica emotiva.
Ecco perché occorre evidenziare l’importanza della pubblicazione del diario di Anna Frank. Infatti, avvenne un processo di individualizzazione di una specifica vittima, la rese concreta, quasi come se la si  potesse toccare. Infatti, anche adesso, dopo tanti anni, leggendola viene voglia di abbracciarla, se fosse possibile. Una persona che non rimase dispersa nei grandi numeri, ma le sue annotazioni scritte sul diario resero immediatamente l’idea delle sue paure, dei suoi sogni,  delle sue speranze. Agli occhi dell’opinione pubblica mondiale emerse in modo dirompente la sua umanità, perché cessò di essere un numero. Fece pensare, e fa pensare anche adesso, che poteva essere una nostra vicina di casa, una nostra compagna di banco, una nostra figlia. Non una delle tante morte di un campo di concentramento nazista.  Il successo mondiale di questo libro sta a dimostrare tutto ciò.
Dopo la pubblicazione, il padre di Anna Frank, ricevette numerosissime lettere da parte soprattutto di ragazze e ragazzi, ma anche di adulti. Tante e tanti gli scrissero di aver maturato la decisione  di tenere un diario dopo aver letto quello della figlia e molte e molti immaginarono,  scrivendo sui loro diari, di scrivere ad Anna Frank.
Le parole di questa ragazza ebrea possono ancora smuovere le coscienze. Fanno bene le scuole a fare circolare quel libro tra gli studenti,  perché la divulgazione dello stesso, le parole semplici e pregnanti di cui è composto, suscitando anche commozione, ci fanno toccare con mano l’importanza di una vita. Aumentano la consapevolezza che la morte non naturale di una persona, anche di una persona che ci appare lontana, costituisce la morte di un pezzettino di noi. E a proposito di banalità del male, ovvero del male prodotto da una persona apparentemente normale, un libro come il diario di Anna Frank può fare da argine a nuove barbarie.

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