Intervista al Sostituto Procuratore Otello Lupacchini

 Nella “Roma Criminale” di Otello Lupacchini c’è poco “Report”

di Alessandro Ambrosini (articolo concesso da Notte Criminale)


Dottor Lupacchini lei ha visto la puntata di Report sulla Roma Criminale? Cosa ne pensa? 
Ho seguito con grande interesse quella trasmissione: innanzi tutto, perché sono curioso, e questo mi spinge a spigolare tutte le notizie relative a qualsiasi fenomeno criminale; ma anche perché, malgrado fossero altri i miei interessi speculativi, ho dovuto confrontarmi professionalmente, per anni e anni, con la criminalità organizzata, specialmente a Roma, ma anche nel Lazio e, di necessità, nell’intero nostro Paese. 
Ovviamente, per il fatto che, nel tempo, io abbia acquisito una certa conoscenza delle vicissitudini della criminalità organizzata in area capitolina, mi sono avvicinato alla trasmissione con una carica di scetticismo più accentuata di quella con cui sempre recepisco le notizie, non fosse che per la capacità, che mi riconosco senza falsa modestia, di esercitare una critica, magari anche corrosiva, sulle tesi sostenute attraverso il lungo, articolato e, almeno in apparenza, documentato reportage.  E bene, nessuna mia curiosità è stata soddisfatta da quell’orgia di notizie, che, a soggetti meno avvertiti, poteva dare l’illusione di un bagno di conoscenza. 
Insinua, forse, che si sia trattato soltanto di una forma di illusionismo giornalistico? 
Non è nel mio stile indulgere alle insinuazioni: lascio ad altri esercitarsi in quella specialità! Da giusfilosofo, uso, piuttosto, le parole con accuratezza e, dunque, distinguo la «conoscenza» dalla «notizia». Caratteri essenziali della «conoscenza», l’organicità e la controllabilità. La «notizia», invece, giunge attraverso una qualsiasi fonte; non è controllabile da chi la riceve, che non dispone né del tempo né dei mezzi necessari per il controllo: potrà, al massimo, arrivargli una smentita attraverso un’altra notizia; soprattutto, non è destinata ad inserirsi in una visione organica: ogni notizia è subito divorata da un’altra notizia; la «notizia», insomma, è soltanto l’«illusione» della «conoscenza». 
Ciò posto, quella in cui abbiamo la ventura di vivere, è la «società della notizia», nella quale l’attenzione è continuamente richiesta e continuamente distolta, in una sequenza che produce assuefazione e stanchezza, con un sovraccarico psichico dal quale è possibile difendersi solo dimenticando; e l’abilità degli attori, dunque anche dei giornalisti, non è ricreare più potenti illusioni, ma rimanere sulla scena e continuare la recitazione, nell’illusione di conoscenza creata dal gioco vorticoso delle notizie, tanto il pubblico, pieno di notizie e povero di conoscenza, assuefatto e stanco, dimentico e distratto, finirà col pensare ai fatti propri e, se non applaudirà con entusiasmo, nemmeno cercherà per davvero di cambiare gli attori sulla scena per un’altra recita, destinata comunque anch’essa alla dispersione della notizia. Breve, a mio sommesso avviso, la trasmissione di Report non ha rotto questo schema. 
In altre parole, quanto fatto emergere dalla puntata di Report sulla Roma Criminale non corrisponde alle conoscenze da lei acquisite? 
Anche a questo proposito, occorre che io sia chiaro. Non discuto la veridicità delle «notizie» diffuse nella trasmissione di cui stiamo parlando: di quelle «notizie» non conosco le fonti da cui colano, ma debbo ritenere siano fonti certamente autorevoli e ben informate. Neppure intendo entrare nel merito delle vicende che attengono alle «responsabilità» della politica: è doveroso evitare di parlare di ciò che non si conosce. 
Naturalmente, non si può negare che sia sotto gli occhi di tutti la cooptazione di personaggi con un passato e una storia di contiguità, se non addirittura di intraneità, con o a organizzazioni criminali, sia comuni sia politicamente connotate, per l’assunzione di funzioni pubbliche o parapubbliche. 
Ma è del pari innegabile che personaggi chiamati pesantemente in causa, pur se con un passato certamente burrascoso, oggi non sembrano, e comunque non mi risultano, implicati in alcun processo. 
Massimo Carminati è definito uno dei quattro re di Roma ma non ha un procedimento penale in corso. Si può pensare che si voglia creare una suggestione sull’argomento? E quanto pericoloso è puntare il dito senza delle certezze giudiziarie?

Ecco, lei ha colto un punto fondamentale. Non so da dove sia stata tratta questa «notizia», già diffusa qualche mese o settimana fa, da un importante settimanale. E bene, due sono i casi: se pendesse qualche procedimento o almeno qualche indagine nei confronti di Massimo Carminati, la «notizia» non sarebbe priva di fondamento, ma ciò vorrebbe dire che essa cola da una fonte investigativa o giudiziaria, in violazione del segreto investigativo o d’indagine; dove, invece, la «notizia» fosse falsa, allora ci troveremmo non soltanto di fronte ad un grave vulnus all’onorabilità di Massimo Carminati, ma anche ad un grave atto d’irresponsabilità: si alimenta la suggestione che Massimo Carminati sia uno dei quattro re del crimine a Roma; l’opinione pubblica si convincerà, magari, della verità della «notizia»; e poiché il preteso reprobo è sinora rimasto impunito né punito sarà mai, in seguito, quella stessa opinione pubblica addosserà alla magistratura la relativa responsabilità. 
Del resto, quello che è apparso assolutamente inaccettabile, nella puntata di Report sulla Roma Criminale, è che sia stata affidata a fonti, magari intervistate nel corso della puntata, ma coperte da sostanziale, e sottolineo sostanziale, anonimato, l’espressione di giudizi tanto pesantemente critici quanto apodittici, sull’operato della magistratura romana che, stante la suggestiva narrazione del male da cui Roma è corrosa, finisce per essere rappresentata alla stregua del proverbiale medico pietoso, se non addirittura sospettabile d’incomprensibile, dunque per ciò stesso discutibile, benevolenza, nei confronti di questo o di quel «criminale». Almeno sino a che non è, ormai da più d’un anno, mutato il vertice della Procura della Repubblica di Roma. 
Pignatone con il suo staff è arrivato a Roma con le armi cariche di conoscenza del fenomeno criminale organizzato specificatamente calabrese. ma quali risultati ha portato?
Sarebbe poco serio, almeno io la penso così, esprimere qualsiasi valutazione in ordine all’apporto dato dal Procuratore Pignatone all’opus di contrasto al crimine organizzato: a tacer d’altro, simili valutazioni sono possibili sui tempi lunghi. Farlo dopo appena un anno dall’insediamento, durante il quale, almeno per quanto si legge sui giornali, le armi mafiose hanno continuato a sparare, sia a Roma sia nel Lazio, e l’attività di prevenzione patrimoniale non ha dato risultati esaltanti, sarebbe inutile esercizio di «servo encomio» o di «codardo oltraggio». Quel che posso dire, perché ne ho diretta e personale «conoscenza», è che, almeno sino ad alcuni anni or sono, le organizzazioni criminali capitoline, o almeno attive a Roma e nel Lazio, sono state colpite da confische di patrimoni importanti. E, tanto perché sia chiaro, non mi riferisco soltanto alle misure di prevenzione patrimoniali applicate negli anni Novanta, quando il regime normativo era più rigoroso di quello attuale, essendo richiesto che il prevenuto fosse «indiziato» di mafiosità; ma sebbene le misure stesse fossero di meno agevole applicazione, esse consentirono di sottrarre alla criminalità organizzata beni per svariate centinaia di miliardi di lire. 
E’ da più di vent’anni che, a Roma, si contesta il delitto di associazione mafiosa, ma questa non viene mai confermata in sede giudiziaria. Qual’è il problema di fondo?
Penso che, a Roma, sia dura a morire quella che potremmo definire la «dottrina Caruso»: nonostante l’abnorme crescita, nei quindici anni tra il 1975 e il 1990, dei crimini a Roma; nonostante il cruento riesplodere, alla fine degli anni Ottanta, della faida interna alla banda della Magliana, iniziata nel 1978 e interrottasi tra il 1981 e il 1987, a causa delle vicissitudini giudiziarie che investono in quegli anni il sodalizio; e nonostante il «preoccupato allarme» lanciato dalla Commissione parlamentare antimafia, che, proprio nel settembre 1991, «richiama l’attenzione del Parlamento e del Governo su una situazione certamente pericolosa», il Prefetto di Roma Carmelo Caruso, ancora nell’ottobre del 1991, discutendo in Campidoglio i problemi legati alla criminalità organizzata con il sindaco, i capigruppo consiliari, il questore e i comandanti dei carabinieri e della guardia di finanza, dichiarava che «se la mafia è intesa come una foresta che soffoca le città, a Roma ci sono soltanto alcuni alberi». 
 
In questo Castello di Dusinane che è la Roma di oggi, assediata dalla criminalità organizzata e dalle mafie, sembra regni ancora un Macbeth collettivo, che sprezzantemente rifiuta di farsi intimidire dalla realtà che non può più ignorare: Till Birnam wood remove to Dusinane / I cannot Taint with fear. Un orgoglioso gesto di sfida o non, piuttosto, il discorso di una collettività «rosa dal terrore»? Ah, saperlo!

Dott. Otello Lupacchini

In Magistratura dal 1979, è stato Pretore di Rieti, Giudice di Corte d’Assise a Bologna e GIP presso il Tribunale di Roma. E’ stato componente della Commissione per l’applicazione delle speciali misure di protezione ai testimoni e collaboratori di giustizia, consulente delle Commissioni parlamentari d’inchiesta Antimafia e Mitrokin. Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, politica e mafiosa, si è occupato, tra l’altro, degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt e del professor Massimo D’Antona, nonché della strage di Bologna e della strage brigatista di Via Prati di Papa. Ex giudice istruttore che firmò l’ordinanza di arresto della banda della Magliana, attuale sostituto procuratore generale della Procura presso la Corte d’Appello.

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