Il suicidio dell’editoria

di Andrea Stella

L’editoria non morirà per il coronavirus, questo è certo. Quella del mondo dei libri è una lenta agonia in cui riversa il settore da anni. Dibattiti, appelli, iniziative, si fa un gran parlare della crisi dell’editoria e nel frattempo il numero di librerie che chiudono salgono in maniera vertiginosa, i dati degli italiani che leggono scendono in picchiata, e si cercano colpevoli ma mai le soluzioni. Perché i colpevoli non vogliono le soluzioni. E per questo l’editoria morirà di suicidio. Il coronavirus sta solamente mettendo in luce i difetti e i limiti di un mondo autoreferenziale e avvitato su se stesso. E specchio del paese, i poveri fanno la guerra tra loro e difendono, più o meno consciamente gli interessi delle elite. Librerie, case editrici e distribuzione sono entità talmente distanti tra loro che raggrupparli tutti nell’unico concetto di editoria è quasi ridicolo.

Le librerie indipendenti e le libere case editrici sono entità marginali dai grandi movimenti del settore. A meno che non sottostanno a certi ricatti economici e indebitandosi o accentando margini di ricavo bassissimi non entrano in questi circuiti, ma rimanendo sempre ai margini di questi. I big di settore si sono creati fortini inespugnabili autosufficienti, garantendosi la pubblicazione, la distribuzione e la vendita nelle librerie di catena dei propri libri. Cattedrali immobili e ferme che il tempo sta deteriorando e gli antichi fasti lasciano spazio a malinconia e tristezza. Poi da quando si è individuato in Amazon il capro espiatorio, ci si è rilassati, abbandonandosi ad una fine annunciata. E allora ai tempi del coronavirus, rigorosamente sui social, infuria la battaglia tra chi afferma che non bisogna comprare i libri sulla piattaforma del diavolo e che le librerie (di catena) riapriranno e che la gente deve aspettare. Scordando che qualche realtà, soprattutto più piccola potrebbe lavorare comunque in quel modo, e che il diavolo lascia lo stesso margine economico degli arcangeli della distribuzione libraria, se non di più. Ma la diatriba più inverosimile della quarantena, più assurda del coronavirus, è quella sulla riapertura delle librerie, e di come i piccoli librai si scaglino uno contro l’altro.

Chi non vuole riaprire, chi deve farlo come alternativa alla fame, chi ha paura per la situazione, chi ne fa una questione di principio, tutti a voler raggruppare ogni situazione all’interno di un’unica voce. Dimenticando che ogni librai ha la sua situazione professionale, economica, sociale, come se una libreria aperta 6 mesi fa sia accomunabile ad una che vanta decenni di attività, o una del centro sia uguale a quella di periferia o quella di paese approcci al lavoro come quella di città. E intanto i dati su quanti italiani hanno letto un libro nell’ultimo mese scendono ancora. E le associazioni di settore ci preparano al de profundis.

Il coronavirus non ucciderà l’editoria. Forse può uscire anche dall’agonia se si guardassero con sincerità tutti i problemi che ci sono e che questa situazione sta solo evidenziando. Altrimenti non si ripartirà, non ad aprile, non a maggio, non a giugno.
O si riparte malgrado tutto, o sarà un suicidio indipendentemente da tutto.

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