Giancarlo Siani. Un eroe del Novecento.

Il magistrato che condusse le indagini relative all’ omicidio di Giancarlo Siani, Dottor Armando D’Alterio, ha scritto un libro “La stampa addosso” che sarà distribuito con “La Repubblica” di lunedì 21 settembre.

Quindi, in questi giorni si sta doverosamente ricordando ancora di più la biografia umana e professionale di Siani.

Il libro narra l’intero percorso delle indagini che furono svolte a seguito dell’assassino del giovane giornalista. Oggi si direbbe di un giornalista precario, perché, come tutti sanno, Siani non fu mai assunto definitivamente dal Mattino, il giornale per il quale egli lavorava. Chi scrive non ha letto il libro, ma con questo articolo vuole provare a fare emergere un aspetto della scelta professionale e umana di Giancarlo Siani che veniva  ucciso il 23 settembre 1985 a bordo della sua auto e a ridosso di casa sua.

Questo giovane uomo era perfettamente consapevole dei rischi a cui andava incontro più di qualsiasi altro, perché, in considerazione del fenomeno criminale di cui scriveva,  vedeva in presa diretta  la ferocia di cui era capace la camorra.  Nonostante ciò, Siani non indietreggiava. Non faceva venire meno quella che era stata, di fatto, una scelta di vita: la testimonianza della parola. Il raccontare quello che era sotto gli occhi di tutto, ma Siani lo descriveva e creava una risonanza mediatica di quello che faceva la camorra, un vero e proprio convitato di pietra della nostra società  che ha dimostrato, purtroppo, di riuscire ad adeguarsi a ogni cambiamento d’epoca.
Le parole non sono neutre. Le giuste parole di un appassionato operatore della informazione, quello che era Giancarlo Siani, certificano che “il re è nudo”. Fanno venir meno le ipocrisie di massa e inducono a fare inevitabilmente i conti con la realtà nella quale siamo immersi. Iniziano a instillare il dubbio che l’indifferenza non solo è una scelta da condannare eticamente, ma che facilita l’espandersi del fenomeno camorristico fino a sommergerci definitivamente.
Il male diventa così evidente, incontestabile che costringe tutti a fare qualcosa. Tanto è vero che tanti iniziano a criticare colui che ha svelato il male, non il male stesso.
Addirittura Leopardi decise di scrivere fondamentali pensieri in ordine alla reazione di fronte al male dell’italiano medio che critica ferocemente colui che illumina il male.
Come dicevo all’inizio, Giancarlo Siani era conscio dei pericoli cui andava incontro, ma evidentemente era persuaso del fatto che la sua era anche una forma di servizio per gli altri. Se vogliamo, anche una espressione di amore per la Napoli degli onesti ovvero un vivere perfettamente agli antipodi dell’egoismo personale.
Volevo soprattutto sottolineare questo aspetto, perché sto parlando di un vero idealista (sperando che questa parola non venga considerata una brutta parola) degli anni ottanta. Non a caso ho voluto ricordare la data del suo omicidio.
Non appaia una iperbole, se aggiungo che potrebbe essere considerato un “rivoluzionario”.
Infatti, non trascuriamo il fatto che gli anni ottanta sono stati gli anni dell’effimero, della ideologia dell’io, del disimpegno. Del trionfo dell’idea che la società doveva essere una somma di individui separati tra loro, non una comunità caratterizzata dalla condivisione dell’agire di ogni donna e uomo. Come diceva un famoso spot pubblicitario, eravamo la “Milano da bere”.
Ebbene, proprio in quegli anni nei quali era il “disincanto” il sentimento prevalente, la scelta di Giancarlo Siani assume ancora di più una particolare importanza, perché era fino in fondo una scelta controcorrente rispetto allo stile di vita che veniva sistematicamente incoraggiato ad assumere.
Non è un caso che i caduti per mano di mafie hanno sempre dovuto vivere, almeno per un certo periodo, una situazione di isolamento. Quando ti senti isolato, solo una radicata convinzione delle tue idee ti può sorreggere, altrimenti soccombi inevitabilmente.
La categoria dell’eroe va utilizzata con molta parsimonia, perché può celare una forma di disimpegno da parte di tutti noi che ci commuoviamo quando ricordiamo coloro che sono morti per contrastare i fenomeni mafiosi, ma poi non adottiamo conseguentemente i comportamenti necessari per debellare le mafie.
Gli eroi non vanno solo  ricordati e applauditi. Essi si onorano allorquando nella nostra vita di tutti i giorni mettiamo in pratica il loro esempio, altrimenti facciamo solo della ingannevole retorica.
Credo, però, che Giancarlo Siani possa essere considerato a tutti gli effetti un eroe del Novecento che indica una strada a noi viventi degli anni Duemila. Una strada fatta di attenzione e di giusta reazione alle cose che accadono intorno a noi. A non abbassare lo sguardo, illudendoci che il male che ci circonda può non coinvolgerci.
Io credo che la prova evidente di ciò stia nel fatto che l’uccisione di Giancarlo Siani ha contribuito significativamente alla presa di coscienza, soprattutto da parte delle nuove e nuovissime generazioni, in ordine ai poteri criminali.
Un giovane uomo, sordo alle sirene di quegli anni fatui, che con le armi del giornalismo si batteva per la verità e per la giustizia.
Un apostolo dell’antimafia vissuto in un periodo nel quale venivano applauditi gli apostoli dell’egoismo sociale.
di Vincenzo Vacca

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