Galimberti a Napoli; l’uomo nell’era della tecnica (Intervista)

Galimberti e l’uomo nell’era della tecnica che, da semplice strumento, diventa oggi soggetto della Storia, con tutti i pericoli che questo comporta.

Umberto Galimberti il 17 dicembre a Città della Scienza per una lectio magistralis, andata sold out, sulla tecnica e sul suo rapporto con l’uomo, in un vorticoso viaggio nel tempo, quando tutto è iniziato.

Un’entusiastica platea di liceali napoletani ha accolto con calore e partecipazione la lezione di Galimberti, introdotto dal Prof. Gennaro Carillo.

La tecnica, dunque. L’idea intorno a cui ruota il convegno è il superamento dello stereotipo della tecnica come buona o cattiva a seconda dell’uso che se ne fa. Oggi la tecnica è padrona, tende al massimo scopo con il minimo sforzo, diventando lei il soggetto della Storia e riducendo l’uomo a strumento.

– Professore, l’umanità , rispetto al progresso,  è oscillata tra ottimismo nei mezzi che poteva mettere in campo e sua condanna. Ora, a che punto siamo?

C’è, in effetti, una certa confusione tra “progresso” e “tecnica”. Il primo prevede un miglioramento delle condizioni dell’uomo. La tecnica, invece non apre orizzonti di senso. Tende al massimo profitto, con il minimo sforzo. L’uomo ha sviluppato la tecnica, per sopperire alle sue mancanze costitutive, alla sua fragilità.

Pensare, tuttavia, che essa sia innocua o che sia un mero strumento della scienza, è un errore.

Lo ricorda l’apparato che è ruotato intorno al nazismo che ha inventato – letteralmente – il modello della tecnica, razionale ed efficace. Nel libro di Gitta Sereny “In quelle tenebre” il gerarca nazista a capo del campo di sterminio di Treblinka risponde alla domanda “Cosa provava quando faceva quelle cose”. Il nazista non doveva “provare”, era solo un “ottimo esecutore” della procedura di un sistema aberrante. Non era abilitato a valutare. Il lavoro perde la sua nobiltà diventa solo esecuzione di consegne, un fatto “tecnico”. Il potere della tecnica è nella sua procedura, nella sua esattezza.

La tecnica ha pervaso anche il campo della politica. La politica è stata inventata da Platone, che guardava d un governo di “saggi”.” Oggi, la politica non è più il luogo della decisione perché, spostando le questioni politiche in un ambito tecnico, ci tolgono la possibilità di conoscere e decidere. I problemi che oggi la politica mette in campo travalicano le competenze medie del singolo. Alle domande che pone la politica si dovrebbe rispondere con competenze specialistiche. Pensiamo al referendum sul nucleare, ad esempio, per decidere, dovrei essere un fisico nucleare – continua il filosofo – diversamente, la mia scelta non è frutto di conoscenza approfondita. Quindi, siamo dominati dalla tecnica.

I giovani fruiscono scientemente della tecnica o la subiscono passivamente?

L’ultima generazione sembra padroneggiare la tecnica, ma lo fa solo per quanto concerne l’aspetto “social”, Oggi a salvare i giovani occorrerebbe una nuova etica. L’etica kantiana, derivante dalla ragione, non funziona più nell’epoca della tecnica non è più il fine, ma diventa il mezzo, per cui solo un’etica che diventa “psiche collettiva”può salvare, educare, facendo passare dalle pulsioni ad una qualche risonanza emotiva, fino all’acquisizione  ed al riconoscimento dei sentimenti. Un’etica della responsabilità e non più solo un’etica delle intenzioni.

Ne “L’ospite inquietante”, lei parla di “imbecillità emotiva” delle nuove generazioni: può questo fenomeno essere la risposta alla domanda che ruota intorno ai nuovi  movimenti neo.nazisti e a questa recente deriva in quella direzione di una certa politica?

Una risposta può essere rappresentata dal movimento delle “sardine”. Ma la domanda è se sono in grado di ricattare non solo la politica, ma anche la tecnica. Solo qualche anno fa, si registrava la tendenza dei giovani ad essere nichilisti passivi, a non avere idee, a non mettersi in gioco, a svincolarsi. La generazione attuale è composta, e lo stiamo vedendo in questi giorni, da nichilisti attivi.

Tutto nasce nell’antichità, guardando la quale si arriva a smontare quella che Galimberti chiama “l’idea pigra” dell’uomo come animale razionale. L’uomo, invece, non ha nulla di animale, non possiede gli istinti, ai quali sopperisce con l’educazione. Nel “Prometeo” di Platone, si racconta che all’uomo resta, nella distribuzione delle qualità agli esseri viventi, la virtù di “vedere prima le cose”, di prevederle, progettarle, sognarle.

Il  problema della tecnica non compare nel panorama giudaico-cristiano, in quanto Dio concede ad Adamo ed Eva il dominio sulla Natura. Questo spiega perché scienza e tecnica nascono in Occidente e sono occidentali. L’Occidente è cristiano. Senza questa impalcatura, crollerebbe, fa parte del suo “incoscio collettivo”.

Bacone, nel ‘500, dice che scienze e tecnica diminuiranno la “pena” fatta di dolore e fatica, che l’uomo peccatore deve espiare sulla Terra, dopo la cacciata dal Paradiso. La tecnica, dunque, aiuta l’uomo nella redenzione, perchè lo agevola e lo supporta nelle fatiche.

In fin dei conti Scienza e Fede si muovono su piani paralleli e speculari: il passato è, per la scienza, ignoranza, per la fede, peccato; il presente, per la prima, progresso, per la seconda, redenzione; il futuro, ricerca e salvezza.

Galimberti punta a smontare queste categorie, per demolire anche l’ottimismo verso la tecnica.

Daniela Piccirillo

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