Il “Figlio velato” di Jago arriva finalmente a Napoli

Il 21 dicembre la presentazione nella basilica di San Severo dell’opera dell’artista italiano.

C’è voluto un po’ più di tempo del previsto, ma è finalmente arrivata ieri a Napoli, al rione Sanità “Il Figlio velato”, opera di Jago, ovvero Jacopo Cardillo, 32enne di Anagni (Frosinone), autodidatta della scultura con una gran voglia di stupire. Il giovane scultore italiano che plasma il marmo come fosse burro, e che per dieci ore al giorno, per quattro mesi, in un laboratorio di Long Island ha creato l’opera che il 21 dicembre sarà presentata nella basilica di San Severo.

Un lavoro certosino per tracciare ogni singola riga del morbido tessuto che copre il bambino, con l’ effetto di un realismo straordinario. “Per portarla a termine ho cambiato vita – ha spiegato –. Mi sono trasferito a New York. Ho trovato mecenati americani innamorati del mio lavoro che mi sostengono e mi lasciano totale libertà”.

Jago si è fatto conoscere come “social artist”: su Facebook lo seguono più di 250mila ammiratori che lui tiene aggiornati con video e dirette sui lavori in corso. La sua ultima sfida evoca il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, la meravigliosa scultura del 1753 che richiama nella cappella di San Severo a Napoli visitatori da tutto il mondo. “E’ una citazione – ha spiegato Jago – ma non ha niente a che vedere con l’ idea cristiana del sacro. Siamo bombardati di immagini di bambini vittime di violenze, abusi, guerre e carestie. Una scultura non la puoi ‘switchare’ come le immagini, nella memoria diventa indelebile”. Per il suo Figlio Velato Jago ha scelto il Danby, un marmo americano del Vermont vecchio di un milione di anni. “E’ un materiale eccezionale che mi ha permesso di lavorare come prima non avrei potuto. Sono andato a scegliermelo nella cava, conosco le persone che hanno estratto il blocco. Ho seguito tutta la filiera perché ogni passaggio ha un suo valore”. Il risultato è un’ opera di due metri per un metro per 50 centimetri di altezza. “Ogni mio nuovo lavoro – fa notare – alza l’ asticella delle difficoltà. In questo caso un velo non è mai stato scolpito con una simile attenzione maniacale per il dettaglio”. Nel 2010, su indicazione della storica dell’ arte Maria Teresa Benedetti, sua grande estimatrice, Vittorio Sgarbi invitò Jago a esporre a Palazzo Venezia, a Roma, il busto di Papa Ratzinger.

L’ opera, oggi in una collezione privata, venne rifiutata dal Vaticano ma poi ottenne la medaglia del Pontificato e le parole di incoraggiamento del Pontefice. Dopo la rinuncia di Benedetto XVI, l’ artista nel 2016 l’ha “spogliata” delle vesti e resa nella sua grinzosa nudità ribattezzandola “Habebus hominem”. La particolarità di quell’immagine è anche il trucco degli occhi concavi che seguono l’osservatore. “Aver spogliato il Papa – commenta – è stato un momento fondamentale della mia vita. Ho distrutto l’attaccamento materiale che avevo con quell’opera, legato ai riconoscimenti, ai premi e alle esposizioni”. A colpire dello scultore è la capacità di dare morbidezza incredibile alle sue creazioni, dalla fetta di marmo tagliata da un coltello, al ricciolo di “gelato” scavato nella pietra da un cucchiaio. E poi il video del battito dei 30 cuori diversi in ceramica fotografati in sequenza e in montati in “loop”, il kalashnikov nel marmo come una spada nella roccia, la mano in un sasso sulla quale per la prima volta Jago ha scolpito la pelle, effetto da allora diventato la cifra di molti lavori.

“Il Figlio Velato è un monumento – ha spiegato -. L’associazione con l’immagine iconica del Cristo Velato è automatica ma ho scelto di fare una citazione. Come altri artisti del passato, non invento nulla. E’ il modo in cui lo fai che può renderlo geniale”. Proprio per il legame con il suo illustre precedente, Napoli era la destinazione naturale dell’opera. “E’ lì che è nata l’ idea e vorrei che lì restasse”.

Jacopo Cardillo ha ereditato l’ amore per il marmo dalla madre scultrice. Dopo il diploma di Liceo Artistico si era iscritto all’Accademia di Belle Arti, abbandonata per seguire il suo istinto. “Avevo le idee chiare su come modificare la consapevolezza della materia e della realtà. Basta il piccolo gesto di un artista per rivoluzionare il punto di vista. Aprendo alla creatività libera, un sasso può diventare una fetta di carne. Abbiamo bisogno di gesti nuovi che aggiungano qualcosa. Io non ho punti di arrivo ma solo punti di passaggio”. Ad accoglierlo in questo suo passaggio nel capoluogo campano padre Antonio Loffredo e Gaetano Balestra, coordinatore della cooperazione all’interno della Fondazione San Gennaro.

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