Donne e Napoli: due mondi in conflitto perenne.

Di Marco Ehlardo

 

Vorrei dire che comprendo la difficoltà di essere donna a Napoli, ma sarebbe falso e forse anche offensivo.

Bisogna essere donna per viverlo e capirlo.

Ciò non toglie che basta leggere dati, articoli, o parlare con amiche e conoscenti per avere un quadro non lontano dalla realtà.

Stamane leggo su Il Mattino l’ennesimo articolo su dati ISTAT sul lavoro femminile al Sud.

La solita sfilza di dati drammatici.

Poche le donne che lavorano; disparità di salari con gli uomini a parità di lavoro; donne licenziate illegalmente per la loro gravidanza.

In precedenza ho parlato spesso di altri problemi connessi, ad esempio la drammatica carenza di asili nido comunali, che finiscono per tenere le donne forzatamente a casa e lontane dal lavoro.

O il numero risibile di centri antiviolenza, quelli che almeno sono ancora aperti (per quanto ancora?).

Ma si potrebbe parlare ad esempio delle scandalose obiezioni di coscienza sull’aborto negli ospedali pubblici (tutti medici uomini, ovviamente, che obiettano nel pubblico e poi magari lo fanno a pagamento nel privato), che rendono l’IVG un calvario doppio rispetto a quello che già è.

O il fenomeno delle mamme bambine, che ci avvicina molto più ai Paesi dell’estremo Sud che all’Europa. Basta farsi un giro nelle strade limitrofe ai Quartieri Spagnoli per vedere mamme quindicenni, assieme a nonne trentenni e magari bisnonne quarantacinquenni…

E ancora sappiamo bene anche noi uomini cosa significhi camminare la sera tardi nella nostra città; facile immaginare cosa significhi per una donna. Quando succede ad un’amica, è tutto uno stare al telefono per sapere come va, e se è tornata a casa sana e salva.

E ancora racconti di molestie sui mezzi pubblici, di colloqui di lavoro con proposte ‘imbarazzanti’, diun generale senso di una cittadinanza di serie B.

E il sentirsi ancora viste, specie nelle società del Sud, solo come madri piuttosto che come donne.

E non parliamo dei femminicidi, frutto tra l’altro di questa cultura retrograda per cui una donna è ancora vista più come una proprietà che come un essere vivente e senziente.

C’è una cosa che non mi spiego: perché le donne finalmente non prendono i forconi e si ribellano?

Perché, pur essendo la maggioranza della popolazione italiana, quando si vota eleggono sempre soprattutto uomini? E non è un problema di porcellum, perché anche nelle amministrative, dove ci sono le preferenze, succede lo stesso. Ad esempio le elette al Comune di Napoli sono solo 5 su 48!

perché non mettono da parte la costante conflittualità tra le organizzazioni femminili, trovano punti di convergenza e creano una massa comune finalmente dirompente?

Le discriminazioni di genere sono sicuramente causate da uomini, ed altrettanto sicuramente gli uomini devono prenderne coscienza e combatterle, ma non possono essere risolte proprio da coloro che le causano.

C’é bisogno di una leadership delle donne.

Un primo fronte di questa battaglia?

Ad esempio che il Comune di Napoli, e tutti i Comuni capoluogo campani, si dotino di un bilancio di genere, che sia davvero aperto e partecipato dalle donne della città.

Significherebbe avere uno strumento fondamentale di analisi e monitoraggio della spesa pubblica per le politiche di genere, capire assieme dove servono risorse, trovarle nei meandri bui del bilancio e risolvere concretamente problemi.

Più centri antiviolenza, più formazione, più sicurezza (non con la repressione ma attraverso l’educazione), più asili nido; meno sprechi nelle aziende partecipate, nei palazzi della politica, nelle clientele.

E’ una proposta che, nel mio ruolo lavorativo, ho già fatto tempo fa all’amministrazione napoletana; sarebbe il caso che da proposta diventi ‘richiesta’ delle donne della città.

E io sarò il primo a fare la mia parte al loro fianco.

 

P.S. Vado su Google e metto “donne Napoli” per cercare una foto per il post, ed escono solo foto di donne seminude di tutti i tipi (provate anche voi). Anche questo è più che significativo…

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