Don Patriciello e la malattia: “È ora di raccontare la verità”, e su Fb parla di miracolo

Don Patriciello, finalmente la verità: “Io, salvato da Angela, donna devota che mi salvò dalla leucemia”. “Credere ai miracoli non è facile, ma io non ho mai avuto dubbi” afferma il parroco. La toccante testimonianza su Fb

“C’è un tempo per ogni cosa. Credo che sia giunto il momento di rendere pubblico quanto mi accadde nell’estate del 1985. Mi limito a raccontare i fatti come li ho vissuti. Ognuno ha il diritto di interpretarli come meglio crede”. Esordisce così don Patriciello, in una lunga lettera pubblicata sul suo profilo Facebook in cui chiarisce definitivamente la storia della sua malattia, resa pubblica da alcuni giornali.

Parte da lontano, don Patriciello, in questa lunga lettera aperta rivolta a fedeli e sostenitori, ricordando l’inizio di quel percorso che l’ha portato alla conversione e poi alla scelta di prendere i voti. “Dopo un lungo periodo passato lontano dalla Chiesa cattolica, vi feci ritorno a quasi 28 anni. All’origine vi fu un incontro, con un frate francescano, fra Riccardo, che mi cambiò la vita”All’epoca don Maurizio lavorava in ospedale come caporeparto infermiere, specializzato nelle tossicodipendenze. Con fra Riccardo – oggi fondatore in Africa di due nuove congregazioni francescane – iniziò un serio cammino di conversione. Riccardo era romano. Un giorno lo accompagnai a Roma dai suoi genitori. Fu lì che volle presentarmi la mamma di un suo amico di scuola, mamma di tre figli, che chiamerò Angela. Non aveva ancora 30 anni quando si ammalò di sclerosi multipla. Ben presto finì sulla sedia a rotelle. Soffrì in modo indicibile. Nella sofferenza, però, trovò la fede e la sua vocazione: nel cuore della Chiesa ella avrebbe pregato e offerto il suo dolore soprattutto per i sacerdoti. Nacque tra noi un’ amicizia bella, disinteressata, vera”.

Un’amicizia grazie alla quale don Patriciello comprese la sua vocazione e imboccò la strada del sacerdozio, iscrivendosi al seminario di Capodimonte. Qui, dopo un anno di seminario, a giugno 1985, don Patriciello chiese al rettore di “riprendere il lavoro per i tre mesi estivi, per guadagnare qualcosa da mettere da parte e mantenermi negli studi senza dare fastidio a nessuno. Ritornai nell’ospedale dove avevo lavorato per otto anni“. Qui la tragica scoperta della malattia, che don Patriciello ricorda così: “Dopo pochi giorni mi accorsi che qualcosa non andava. Mi stancavo facilmente e non avevo voglia di mangiare. All’inizio pensai che fosse la stanchezza. Poi le cose peggiorarono. Non riuscivo a rendere un buon servizio, me ne mancavano le forze. Parlai con un caro amico medico e subito feci gli esami del sangue. La risposta ci colse di sorpresa. I globuli bianchi erano scesi a 2.800. Pochi. Scendemmo allora personalmente in laboratorio e rifeci l’esame. Il numero era sempre quello. Il mio amico allora mi consigliò di recarmi subito al reparto di ematologia dell’ospedale Cardarelli”.

Qui don Patriciello fu sottoposto al puntato sternale, un prelievo di midollo che permette di analizzarne le condizioni. L’esame diede un esito preoccupante: “‘Se tu dovessi stare come dice questo esame'”, mi disse il dottor Verdi del Cardarelli, ‘sarebbe  terribile, perché il midollo è quasi assente”. Ma anche il secondo esame diede lo stesso esito, e “io mi sentivo sempre peggio ricorda don Patriciello. I medici confermarono la gravità della situazione: don Patriciello aveva bisogno di un trapianto di midollo. “Un solo pensiero mi attraversava la mente: essere ordinato sacerdote. Corsi immediatamente in seminario da monsignor Vallini. Gli raccontai tutto pregandolo, se mi fossi aggravato, di chiedere la dispensa al Papa e farmi ordinare prete prima del tempo stabilito. Decidemmo di lasciare Napoli e recarci dal professor Mandelli a Roma”.

Nella capitale don Maurizio si sottopose a ulteriori esami. “I giorni passavano. Una domenica mattina mi recai da Veronica, dove alloggiava Angela. Ricordo che Marta, la persona che la accudiva le stava dando da bere un bicchiere di latte. Avevo la faccia triste per la piega che stava prendendo questa storia. Sapevo bene che Angela, la mia famiglia, la mia comunità, i miei amici, il mio rettore stavano pregando per me. A un certo punto Veronica mi disse: ‘Maurizio quando sarai sacerdote…’. Non le lasciai terminare la frase: ‘Sarò sacerdote? Credo che nemmeno rientro in seminario in queste condizioni’. Fu allora che accadde una cosa inaspettata.  Angela, che fino a quel momento aveva taciuto, si fece rialzare il capo, mi guardò con un sorriso e mi disse, testualmente: ‘Maurizio tu rientrerai in seminario, diventerai sacerdote e romperai le … a parecchia gente. La grazia è giunta, la battaglia è vinta’. Eravamo in quattro in quella minuscola cucina. Ci guardammo in faccia senza parlare. Come interpretare queste parole? Che sarebbe successo pochi giorni dopo? Fra Riccardo mi aveva detto che Angela era una donna tutta di Dio, ma credere ai miracoli non è facile. Feci allora una cosa di cui non mi sono mai pentito. Confidai ai miei fratelli e agli amici più intimi quanto era accaduto. Se di un intervento divino davvero si trattava, volevo che, almeno loro, non avessero avuto, come me, mai dei dubbi.

In quel momento, probabilmente, don Patriciello seppe con certezza di essere guarito, miracolosamente, grazie all’amore di quella donna pia, Angela, che tante sofferenze aveva affrontato nella sua vita. Mancava solo la conferma ufficiale. “Venne il giorno tanto atteso. Stavolta feci uno sforzo e mi recai al Cardarelli da solo. Ero emozionato e teso. Passavo dall’ angoscia alla speranza. Le risposte non eano ancora arrivate al reparto ma erano pronte nel laboratorio. Andai a prenderle personalmente e le consegnai al dottore Giglio. Il povero medico che una settimana prima mi aveva detto che ero affetto da una grave patologia ematologica, si fece rosso in viso e, ridandomi le carte mi disse: ‘Le faccia vedere al dottore Verdi’. Obbedii. Il dottore Verdi lesse e rilesse quelle carte cento volte, altrettante volte se le girò fra le mani, stralunava gli occhi, sorrideva. Poi mi chiese: ‘Maurizio che cosa desideri?’. ‘Io? Ritornare a casa’. Allora te ne puoi andare. Lo guardai. Ci guardammo. La testa mi girava. Non capivo niente. Non gli dissi niente. Non gli chiesi niente. Ritornai in seminario. Il 29 aprile del 1989 fui ordinato sacerdote. Angela era volata tra gli angeli tre anni prima. Credo di averla amata come i suoi stessi figli” conclude don Patriciello, che il prossimo 29 aprile celebra i 25 anni dalla sua ordinazione.

“Era forse venuto il momento di rendere pubblica questa testimonianza. Per la gloria di Dio e per tenere in vita la speranza. Tutto ciò che ho scritto è la pura verità. Per rispettare la privacy delle persone coinvolte ho solamente cambiato i loro nomi” spiega don Maurizio, protagonista di un miracolo mai rivelato, tenuto segreto per tanti anni, e che oggi ha scelto di rivelare, forse per illuminare i cuori e le speranze delle tante vittime della Terra dei Fuochi che, purtroppo, oggi lottano conro quello stesso male, e a cui il parroco di Caivano ha dedicato e sta dedicando tutta la sua vita.