Don Ciotti, il prete antimafia dalle spalle forti che non si piega alle minacce

Le minacce di morte dal carcere dell’ex boss corleonese Totò Riina non bastano a intimidirlo. Lottare contro la mafia per lui è “un atto di fedeltà al Vangelo”. Così il prete fondatore di Libera risponde al boss di Cosa Nostra

“Io come don Pino Puglisi? Non oso paragonarmici, sono solo un uomo piccolo e fragile”. Parla di sé in questi termini, don Luigi Ciotti, con la modestia e l’umiltà che da sempre lo contraddistinguono non solo come uomo di chiesa, ma anche e soprattutto come cittadino “a tempo pieno”, come lui ama definire tutti coloro che quotidianamente si impegnano nella lotta all’illegalità. Si dice piccolo e fragile, don Luigi, ma in effetti così non sembra. Ha quasi 70 anni e spalle forti, il prete originario di Pieve di Cadore, paese di 4mila anime nella provincia veneta di Belluno, capostipite del Gruppo Abele per il sostegno ai tossicodipendenti e di Libera, associazione che da quasi vent’anni svolge attività di contrasto alle mafie su tutto il territorio nazionale.

Le minacce di Riina a don Ciotti: “Putissimu pure ammazzarlo”. Il prete: “Mio impegno contro la mafia è atto di fedeltà al Vangelo”

Un’attività che non piace ai mafiosi, né nuovi né vecchi. Negli anni, l’impegno di Libera ha dato filo da torcere a molti, con le attività di sensibilizzazione sul territorio, la riqualificazione di terreni e beni sequestrati, che hanno sottratto spazi e forza lavoro alle mafie. A capo di tutto c’è sempre stato lui, don Luigi Ciotti. Fondatore e anima di quell’organismo no-profit a cui oggi aderiscono oltre 1500 associazioni e attorno al quale gravitano migliaia di persone. Le minacce a don Ciotti sono “preoccupanti ma”, come ha affermato Laura Boldrini, “non sorprendono”. Perché è chiaro a tutti che un uomo come don Ciotti rappresenti, se non un pericolo, un ostacolo per la mafia. E un ostacolo talmente grande da arrivare a occupare persino i pensieri del detenuto megaboss Totò Riina, il capo dei capi, la “belva” alla guida di Cosa Nostra negli anni d’oro della mafia siciliana, il cui arresto, avvenuto nel lontano 1993, non ha ancora definitivamente smorzato il suo ascendente sui suoi successori. “Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi, Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo. Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui… figlio di puttana”. Dal carcere di Opera, Milano, Riina ha emesso, se non una sentenza, un auspicio di morte. Le sue parole, risalenti al 14 settembre 2013 e intercettate durante una conversazione informale con un compagno di galera, il boss pugliese Alberto Lorusso, hanno immediatamente messo in allarme la Dia di Palermo. E, nonostante sia stata accertata l’inattuabilità delle parole del boss corleonese, la sorveglianza intorno a Don Ciotti è stata rinforzata, la sua scorta affidata a due poliziotti. Lui però è stato tenuto all’oscuro di tutto. Unico indizio alcuni strani messaggi che arrivavano a Libera. Don Ciotti è venuto a conoscenza delle minacce leggendo delle intercettazioni sui giornali. Immediata è arrivata la sua risposta, che non ammette repliche: “L’impegno contro la mafia è un atto di fedeltà al Vangelo” ha affermato, secco, don Luigi. Per ribadire, a chi avesse qualche dubbio, che nel corso degli anni nulla è cambiato, e che nessuna difficoltà, nessuna intimidazione, nessuna minaccia potranno mai scalfire il suo impegno e  le sue certezze.

Solidarietà bipartisan per don Luigi Ciotti. “Lo Stato si unisca alla lotta alla mafia”

Immediati sono arrivati i messaggi di solidarietà al prete. Il primo a sentirlo al telefono è stato Matteo Renzi, che ha espresso “solidarietà e vicinanza”. Subito dopo è arrivato su Facebook il messaggio del presidente del Senato Piero Grasso, seguito a ruota dalle dichiarazioni della presidente della Camera Laura Boldrini. Non si è fatta attendere la solidarietà anche di Rosy Bindi, che in qualità di presidente della Commissione Antimafia ha affermato la necessità di assicurare a don Ciotti tutta la protezione e il sostegno necessario, e, sul fronte delle indagini, comprendere “il tipo di messaggio che vuole inviare il capo di Cosa Nostra mentre inveisce contro un sacerdote così esposto sul fronte della lotta alla mafia”. E poi ancora il sostegno bipartisan dei politici, delle associazioni, dei comuni cittadini e del popolo della rete, che su Twitter ha lanciato l’hashtag #ilnoivincesempre, riprendendo le parole dello stesso don Ciotti: “Solo un ‘noi’, non mi stancherò di dirlo può opporsi alle mafie e alla corruzione”. E lui, alla guida di quel “noi” che fa comunità, socialità, spessore, cittadinanza, in una parola: legalità, c’è sempre stato, senza mai tirarsi indietro, senza mai vacillare, senza mai mostrare paura. Con le sue spalle forti e la sua umiltà, che, anche se lui non è d’accordo, lo fanno tanto somigliare a don Pino Puglisi, il prete palermitano del quartiere Brancaccio ucciso da Cosa Nostra, così come a tutti i sacerdoti che hanno fatto della lotta alla mafia la loro missione.