“Diario da Bagdad”

“DIARIO DA BAGHDAD” di Asne Seierstad

Recensione a cura di Francesco Paolo Tondo

Un libro così semplice, con un titolo che può sembrare anche banale, assolve fin troppo bene un compito che oggi sembra dimenticato dagli stessi mezzi di comunicazione di massa: informare in maniera laconica ma completa su una realtà troppo taciuta, e da troppo tempo.

Non è mai stato facile conoscere un’analisi obiettiva e puntigliosa delle condizioni di vita della popolazione irachena, la quale fu completamente fagocitata dalla tirannide di Saddam Hussein.

Sono in questo libro descritti 101 terribili giorni di permanenza a Baghdad, dove una giornalista nordeuropea si imbatte in un particolare sistema di pensiero ed abitudini. Tra le caratteristiche dei cittadini iracheni colpisce in particolar modo la loro reticenza e lo scetticismo nel dire agli altri quel che pensano della propria vita; la resistenza al farsi intervistare testimonia la violenza psicologica che deriva da incarcerazioni ed esecuzioni capitali di tutti gli oppositori politici del regime.

Il terrore di manifestare le opinioni, l’incapacità di ribellarsi contro chi ha impoverito l’intero paese, al punto da concedere solo razioni trimestrali di derrate alimentari al popolo, costituiscono la realtà di un’intera area geografica che non abbraccia solo il “regno” di Saddam Hussein; le persone in Iraq sono succubi di una campagna pubblicitaria che ruota attorno al Ràis, in modo da imprimere una coscienza comune imperniata sulla venerazione del “capo”: tutti infatti adulavano apertamente Saddam Hussein e non erano ammesse eccezioni.

Fare luce su quest’ultimo aspetto spinge a pensare tante cose, fa sorgere dei dubbi intorno la liceità di certi interventi militari; quando si legge di un territorio tenuto appositamente nell’indigenza, nonostante l’enorme ricchezza di petrolio di cui dispone, quando si apprende che le carceri italiane sono dei salotti di lusso al confronto di quelle irachene, si può pensare che un intervento militare per stanare il dittatore non sia così sbagliato, perché difficilmente l’Iraq potrebbe conoscere tempi più pesti di quando governava Saddam.

Le riforme economiche, che è almeno possibile reclamare pacificamente negli stati democratici come l’Italia, in medio oriente sono infinitesimali quando non esistenti: “Diario da Baghdad” mostra il volto reale di una nazione ricca di materie prime di cui nessuno parla, ed è un volto simile ai numerosi altri paesi dell’Africa e dell’Asia Minore, nazioni di cui ci si occupa soltanto per interessi economici. Ed ora che l’Iraq ha subito l’occupazione degli americani nel 2003, non si parla più delle faccende che riguardano la vita politica, economica e sociale del dopo Saddam. Di sicuro oggi per questo paese c’è l’ impossibilità di regredire rispetto al passato, o addirittura tornare ai tempi dell’oppressione.

Proprio in questo momento storico, dove il malcontento contro i vari regimi tra cui quello libico di Gheddafi ha provocato accese rivolte, sarebbe auspicabile l’instaurazione, in questi paesi, di governi di responsabilità patrocinati dall’Onu.

La questione dello sfruttamento petrolifero degli stati oggi ribelli, da parte dell’Occidente, è un cruccio degli stessi abitanti iracheni piuttosto che di quelli libici o iraniani o siriani. Alla luce degli avvenimenti che coinvolgono sopratutto la Libia, l’unica promessa che potrebbero mantenere i cosiddetti “crociati”, i quali bombardano le terre che dicono di volere libere, consiste nel favorire lo sviluppo di una democrazia che faccia accedere l’intero popolo sovrano ai benefici derivanti dalla vendita delle materie prime, a prescindere dai nuovi soci.

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