Il destino della Whirlpool riguarda tutti

L’editoriale di Vincenzo Vacca.

di Vincenzo Vacca

È da circa un anno e mezzo che le lavoratrici e i lavoratori della Whirlpool stanno provando a difendere il proprio posto di lavoro. La chiusura di questa azienda che è stata comunicata dai vertici in modo quanto meno discutibile al Governo italiano e al personale, costituisce un dramma per coloro che ci lavorano e per la filiera di attività collegata alla Whirlpool, ma rappresenta anche un ulteriore drammatico sfregio alla Città di Napoli e dell’ intera Campania che ha già visto il sostanziale azzeramento dei suoi poli industriali, senza avere un credibile piano alternativo.
Quello che manca, soprattutto, è un partecipato e coinvolgente progetto di rilancio dell’ industria manifatturiera campana che si caratterizzi per recuperare il deficit d’ innovazione e che sia ambientalmente sostenibile.

Non ci si può limitare a sostenere una generica deindustrializzazione che sta portando a chiusure e a svendite di importanti realtà produttive campane che, se efficacemente riconvertite, potrebbero essere una concreta base di rilancio economico ecosostenibile.
Occorrono, però, idee chiare, investimenti, innovazione, ricerca per ricostruire poli industriali campani.
Una certa vulgata ha continuato a illudere che, ai fini di un sviluppo economico regionale, bastasse sviluppare il turismo che per il quale, tra l’ altro, poco si è fatto se non consentire un selvaggio moltiplicarsi di Bed and Breakfast. La pandemia del Covid ha definitivamente dimostrato, invece, che la Campania se vuole risollevarsi dalle sue precarie condizioni economiche deve puntare a settori e ad attività a più elevato contenuto tecnologico.

Ecco perché è importante che i sindacati ed i lavoratori, anche con la sciopero generale dell’ intera area metropolitana napoletana e la relativa manifestazione del 5 novembre, hanno voluto connettere la lotta della difesa della Whirlpool con una visione più generale in ordine a una rinascita economica e sociale della stessa area metropolitana.
La lotta per la Whirlpool, conseguentemente, dovrebbe rappresentare la realizzazione di un rinnovato impegno del sindacato unitario, delle forze politiche e culturali regionali e nazionali sia per una soluzione positiva dell’ azienda napoletana di proprietà di una multinazionale sorda a ogni sollecitazione, sia per sollecitare il Governo, unitamente alla Regione Campania, ad avviare politiche economiche volte a uno sviluppo economico alternativo che si basi innanzitutto sul Mezzogiorno a partire dalla sua capitale, Napoli, che sta pagando anche il fatto di non essere minimamente amministrata, infatti la qualità dei servizi è agli ultimi posti a livello nazionale.

Non è pensabile che, una volta usciti dalla pandemia, tutto può tornare come prima, perché è proprio il “prima” che è fatto di un drammatico declino.
La città è da molti anni orfana di una vera progettualità di rinascita e prigioniera di liti da condominio tra esponenti istituzionali.
Occorre che tutte le forze sane e responsabili presenti nella società civile partenopea e nella politica riescano a fare rete tra loro, ritrovando uno slancio e un entusiasmo per costruire le basi di una Napoli all’ altezza del ruolo nazionale ed europeo che merita, infatti il superamento di una certa arretratezza economica del Sud d’ Italia, pur avendo situazioni di eccellenza, è resa concretamente possibile solo creando un circuito virtuoso tra il Mezzogiorno e la città partenopea.

Infine, la vicenda Whirlpool è una degli innumerevoli esempi che le anguste politiche nazionali non hanno l’ oggettiva possibilità di incidere sui grandi gruppi economici e finanziari sovranazionali.
A questo proposito, sarebbe il caso di istituzionalizzare a livello europeo le vertenze tra lavoratori e aziende, allorquando queste ultime hanno dimensioni non meramente nazionali.
Solo una politica sovranazionale può essere in grado di orientare in qualche modo un turbocapitalismo finanziario ed economico, la cui natura prescinde dal rapporto tra l’ azienda e il territorio in cui la stessa opera.

Ecco perché l’ Unione Europea dovrebbe dotarsi di istituti pronti a intervenire nelle crisi aziendali con le caratteristiche sopra richiamate.
In questo modo invertirebbe radicalmente una delle caratteristiche tipiche del neoliberismo: colpire la centralità del lavoro, renderlo precario, fragile. Un mero costo nella gestione di una attività economica e non una vera e propria risorsa, come di fatto è, all’interno di una dimensione aziendale e territoriale.

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