Corrispondenze dell’esule – Una vigilia tra capitone e diavolilli

Corrispondenze dell’esule

Rubrica di Annamaria Torroncelli

Annamaria Torroncelli, napoletana verace e romana d’adozione. Si definisce esule in terra straniera da quando, molti anni, fa una sua carissima amica le regalò un libro di fattarielli napoletani per il suo compleanno e nella dedica scrisse “Alla mia carissima Annamaria, esule in terra straniera”.

 

Il Natale è la festa dei bambini, della famiglia riunita, la festa della tombola, delle partite a sette e mezzo, delle noci e dei fichi secchi. Una volta, ora non più. Almeno non più con la sacralità di un tempo.

Da bambina, il mio Natale voleva dire Napoli: i nonni erano lì, le nostre radici erano lì e non si ipotizzava, neanche lontanamente, un modo diverso di trascorrere le festività di fine d’anno. Oggi, vedo in quella consuetudine un privilegio straordinario, ma allora, la vivevo come un obbligo mal digerito, una gabbia imposta. Dovevo allontanarmi dalla mia casa, dai miei amici, dal mio presepe, dal mio albero di Natale, costretta  ad allestire, nella casa dei nonni, un altro presepe, un altro albero che avevano il sapore dell’estraneità. Ma, si sa, gli occhi dei bambini, e degli adolescenti ancor di più, non vedono come quelli  degli adulti. Avrei preferito rimanere in quella che consideravo a buon diritto la mia casa, ma non potevo  immaginare che l’aria del golfo avrebbe costituito linfa e ossigeno per i miei cromosomi. E che di questo, anni dopo, sarei stata felicemente orgogliosa.

Il malumore, per fortuna, passava presto; dopo il primo momento di contrarietà, la kermesse della festa mi avvolgeva immergendomi in un’atmosfera che, già allora, non faticavo a riconoscere e sentire come unica. Si iniziava subito con la preparazione dei menù, primo fra tutti quello della vigilia. La declinazione delle portate era caratterizzata da una consolidata ripetitività che conferiva alla festa un che di rassicurante. Scarola ‘mbuttunata cu’ pass’ e pignuoli, imbottita con uva passita e pinoli, vermicelli a vongole, pesce in bianco, frittura mista di pesce, capitone fritto e marinato, frutta secca e dolci della tradizione, ovvero struffoli, roccocò e paste reali. Questa l’impegnativa cena della vigilia. sia per la cuoca di casa che per lo stomaco dei commensali. Al nonno Antonio piacevano i vermicelli con il sugo d’anguilla, cape e coda, testa e coda, ma il piatto, per me solo un terribile intruglio, non riscuoteva molto successo in famiglia, e non  era inserito, per mia fortuna,  nel novero delle portate. Mia madre, invece, non avrebbe per nulla al mondo rinunciato al capitone fritto del quale era golosissima. Da mangiare caldo caldo, la sera della vigilia, insieme al fritto di pesce, oppure marinato nella mitica insalata di rinforzo, sepolto tra cavolfiori, papaccelle, olive e sottaceti e innaffiato da aromatico aceto.

Una volta stabiliti i piatti del menù, si procedeva all’acquisto degli alimenti al mercato, luogo di inebriante magia, un  vero e proprio teatro a cielo aperto. I richiami dei venditori, i colori della frutta e verdura, il raglio dei ciucciarielli che trainavano mansueti la carrettella dell’ambulante, mi ubriacavano. Tra le voci più tonanti quelle dei pescivendoli. Nelle loro caratteristiche tinozze circolari dipinte d’azzurro, a ricordo del colore del mare, facevano bella mostra di sé pesci di ogni genere: cefali, merluzzi, spigole, triglie. Abbondavano vongole, cozze e cannolicchi, e non potevano mancare anguille e capitoni. Rigorosamente vivi.

L’acquisto del pesce era faccenda delicata e se ne occupava mia madre in prima persona, la mattina della vigilia.  Io e mio padre la seguivamo, da spettatori. Le attese a margine dei banchi, erano per lui occasione per raccontarmi le storie della tradizione e riandare ai suoi ricordi di ragazzo. Trascorrevo, così, ore con voci e memorie nelle orecchie, colori e gesti negli occhi.

Uno dei pezzi forti della spesa era la trattativa sul prezzo. Questo mercanteggiamento costituiva elemento imprescindibile della vendita. Dava soddisfazione al cliente e al venditore. Mia madre gioiva nel portare a casa merce di prima scelta a prezzo conveniente e il pescivendolo era soddisfatto della vendita perché la lunga trattativa conferiva al prodotto il crisma dell’apprezzabilità. In una logica da suk arabo, dove si contratta solo la merce che si apprezza veramente.

Ma l’operazione pesce non poteva dirsi conclusa senza l’acquisto del capitone. Acquisto che era effettuato per ultimo perché necessitava di rapidità di esecuzione. Ancora ricordo il giovane pescivendolo, o’ puzzulano, così la nonna lo chiamava perché originario di Pozzuoli, alto, grosso con una voce esagerata, che affondava il braccio nerboruto nella tinozza dei capitoni e ne estraeva un esemplare, scuro, lucido,viscido. Orrido e demoniaco. Con mossa fulminea il “rettile” finiva nel cuoppo, l’involto di carta di giornale a forma di cono, e stretto nella sua gabbia cartacea, veniva infilato nella borsa della spesa. Ma bisognava fare presto, portarlo subito a casa, perché la bestiaccia era dotata di una straordinaria vitalità e non di rado  sfuggiva dalla sua prigione sgusciando tra la folla, costringendo pescivendolo e acquirente ad un rocambolesco inseguimento. Una volta a casa lo si sistemava in un grosso catino o, meglio ancora, nella vasca da bagno, pieni d’acqua. Passavo moltissimo tempo a guardarlo nuotare impazzito, alla ricerca della via di fuga, ignaro dell’atroce fine che lo attendeva. Mia madre sarebbe stata il suo boia. Sì, perché il capitone deve essere tagliato, infarinato e fritto da vivo. Una ritualità, per lei,  assolutamente normale. La ricordo bloccare il corpo viscido dell’animale con uno strofinaccio e con l’altra mano, la sinistra, colpire con decisione e tagliare. Con la mano smerza, con la mano mancina. Per me un’inquietudine in più. L’orrore dei pezzi che si agitavano nella farina e, poi, nella padella di olio bollente, non mi ha mai più abbandonato e ancora oggi non mangio capitone a cuor leggero.

Ma del mio Natale napoletano non ci sono solo immagini truculente, anzi.  Come dimenticare il vassoio colmo di roccocò, raffiuoli, susamielli, mostaccioli, paste reali e cassatine, delizia degli occhi e del palato, che troneggiava sulla tavola natalizia? Dolci che, ricoperti da glasse vellutate e misteriose, custodivano anime deliziose di zucchero e pasta di mandorle.

E poi, gli struffoli. Dal colore ambrato, rigorosamente fatti in casa, profumati di miele e canditi,  decorati da variegati confetti, bianchi e argentati, tondi e oblunghi, oppure piccolissimi e colorati, e’ diavulilli, così chiamati perché scappano e rotolano in ogni dove, con l’energia di frugoletti incontenibili. Gli struffoli erano i miei preferiti. Forse, perché avevano il gusto rassicurante delle mani di mia madre, forse perché erano semplici nella loro delizia. Forse perché gli altri dolci avevano un gusto più per adulti, per palati più colti. Non so. So solo che Natale era, per me, tutto un piluccare struffoli.

Ma non c’erano solo pesce e dolci. Adoravo anche tutta la frutta secca, in particolare i fichi secchi ripieni con noci e mandorle, meglio se non belli e preparati. Il nonno Antonio mi aveva insegnato a realizzarli da sola, spaccando con attenzione il fico secco bianco, il fico a pupatella, a bambolina, e imbottendolo con ‘na bella coscia e’ noce o con una piccola mandorla o addirittura con tutte e due. Un’autentica delizia.

A giusto completamento della dieta natalizia, in un tripudio orgiastico di calorie .

 

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