pakistan

Attentato in Pakistan: la memoria corta del dolore lontano.

Torno la rabbia, torna l’orrore, tornano i morti. Dopo Bruxelles è taccato al Pakistan piangere vittime innocenti. Quando finirà tutto ciò.

Mentre le notizie, false e reali, continuano a rincorrersi sull’attentato a Bruxelles (22/03/16), quelle che si riferiscono all’attentato a Lahore, Pakistan (27/03/16), scivolano sempre più in basso nella prima pagina come nell’attenzione di tutti.

Coma mai? Troppo distante per riguardarci? Questo è un errore di valutazione enorme. Non solo perché conoscere la nazionalità, la religione, la cultura delle vittime, non cambia la gravità dell’azione violenta, ma anche perché i terroristi puntano su questa disgregazione per influire su tutti con maggior forza mediatica e con la strategia della paura psicologica ormai pienamente radicata nel pensiero di ciascuno, anche i più scettici.

Questi non sono luoghi comuni: le vittime sono tutte uguali, i terroristi sono tutti uguali, il dolore e la rabbia sono uguali, le lacrime e i fiori sono uguali. Non importa da quale parte del mondo, non importa chel’interesse”mediatico” per l’Occidente sia più rilevante, non importa che i riflettori siano puntati sui ricchi del mondo invece che sui cosiddetti “poveri”?

Invece importa, perché il sangue che scorre ha lo stesso colore, il senso che si perde e la vita che si deturpa portano lo stesso nome: innocenza. Importa anche perché il rischio che si corre nel considerare solo una parte del mondo come quella ferita e vilipesa, è quello di perdere il punto di congiunzione tra le parti ugualmente sottomesse all’orrore dell’offesa terroristica.

Importa perché continuare a dividere il mondo in Occidente e resto del mondo, costituisce un reato contro l’umanità oltre che uno scientifico scempio dei valori di cui l’Occidente stesso si ritiene promotore: libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza.

Importa perché restare nell’ignoranza di quello che accade al resto del mondo fa perdere di vista che esiste un’unità nella sofferenza e nelle motivazioni alla sofferenza che vanno ben oltre le distanze, le culture, le fedi. Questa distanza da colmare contiene la possibilità e il fondamento di una democrazia reale, in senso originario, privando i terroristi che giocano sulla cecità e l’ignoranza dell’altro della possibilità di infiltrarsi alle radici delle nostre debolezze e giocarle a proprio favore.

L’attentato in Pakistan e l’immediata quanto breve reazione occidentale merita di essere riconsiderato e non solo perché non è il primo attentato del genere in Pakistan (si pensi solo e non ultimo, alla strage di studenti del 2014), ma perché la prima reazione generale è stata la lettura di un attacco alla cristianità. Gli elementi c’erano tutti: giorno di Pasqua, gruppi della minoranza cristiana nel parco.

Eppure ci vuole poco a comprendere che non è così o che non è solo così. L’attentato contro gli studenti, o, in precedenza, per citare un attacco noto, il tentativo di uccidere Malala, premio Nobel per la pace (2014), portano tutti il segno di un violento attacco contro la libertà e la cultura: perché cultura è libertà.

La religione c’entra, ma anche non è il tutto. Può entrarci in quanto la religione cristiana, nelle sue varie forme, è quella più diffusa in Occidente, ma la reale aggressione è verso i principi di libertà che ledono il controllo e l’oppressione di chi può esercitare il potere solo mantenendo nell’ignoranza e nella restrizione il suo popolo.

Molto interessante, a proposito dell’attacco in Pakistan, la visione di Natalie Obito Pearson Bloomberg apparsa sul ilpost.itil 28/03/ 16. La giornalista pakistana, dall’interno, descrive con cognizione di causa cosa si nasconde dietro questo attentato a Lahore come dietro tutti gli attentati che si susseguono in Pakistan. La visione che se ne ricava è quella di un attacco non alla cristianità, ma una dimostrazione di forza contro il Primo Ministro, Nawaz Sharif, che cerca di attuare una politica più liberale e democratica.

Lahore, città dove si è verificato l’ultimo attentato, è la città più grande del Punjab (nord-est del Pakistan), ed è la città da cui proviene Sharif. Il Pakistan è un paese creato dai musulmani a seguito del processo di indipendenza dal Regno Unito conclusosi nel 1947. Sharif è Primo Ministro dal 2013 e si dedica soprattutto al miglioramento delle condizioni di vita delle minoranze: donne, minoranze religiose (tra cui i cristiani e i musulmani sciiti).

Questi principi sono esattamente quelli sgraditi ai terroristi. Quando Sharif dichiara una condanna del <<reato d’onore>>, sblocca l’accesso a YouTube, riconosce il diritto di celebrare la Pasqua, e altre festività hindu come se fossero delle festività pubbliche (cioè appartenenti all’intera comunità), la misura dal punto di vista degli oppositori è colma. Da cui gli attentati.

Il pensiero di Sharif si pone all’avanguardia rispetto a tanta politica discriminatoria di cui l’Occidente, culla della cultura, ecc., è stato promotore. E’ un segno da non trascurare. E’ il segno di quanto l’Occidente stia perdendo terreno rispetto ai valori su cui si è formato, è il segno di una possibile vittoria degli estremismi e dei terrorismi. E’, infine, il segno dell’estrema debolezza della fedeltà ai valori fondanti la nostra civiltà.

Ecco, si può anche fingere che tutto vada bene, chiudere gli occhi e cercare un po’ di luce, sentire le risate gioiose dei bambini che scoprono le sorprese nelle loro uova… ma non è così… non è così!

Zygmunt Bauman afferma che “se cediamo alla paura morirà la democrazia”, si potrebbe aggiungere che se muore la democrazia è perché abbiamo ceduto alle provocazioni mostrando la nostra totale incertezza e vulnerabilità.

di Loredana De Vita