Aldo Moro, 37 anni da quel 16 marzo 1978

Aldo Moro, 37 anni da quel 16 marzo 1978

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse. Il suo corpo fu ritrovato dopo 55 giorni di prigionia. Da quel giorno sono trascorsi 37 anni

Aldo Moro, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, Segretario politico e presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, fu rapito il 16 marzo 1978 e ucciso il 9 maggio successivo da alcuni terroristi delle Brigate Rosse.

La mattina del 16 marzo 1978, proprio quando il nuovo governo di Giulio Andreotti stava per essere presentato alle Camere riunite in seduta comune per ottenere la fiducia, in via Mario Fani, a Roma, Aldo Moro veniva sequestrato da un commando delle Brigate Rosse. Il nucleo armato dei brigatisti uccise i due carabinieri che si trovavano a bordo dell’auto insieme allo statista (Oreste Leonardi e Domenico Ricci) e i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) per poi sequestrare il Segretario della DC. I carabinieri e poliziotti furono uccisi con proiettili in uso a forze non convenzionali e da qualcuno che sparò con estrema precisione. Su 91 bossoli rinvenuti (altri due appartenevano a un’arma di un uomo della scorta, l’agente Iozzino) 49 furono esplosi da una sola arma, 22 da un’altra, il resto da altre quattro armi impiegate nell’aggressione. Erano le 9,03.

 

Aldo Moro, i primi momenti in seguito al rapimento

In seguito alla notizia del rapimento scattano i blocchi stradali. La macchina dei rapitori verrà trovata pochi minuti dopo non lontana dal luogo del rapimento. Cittadini, operai, studenti, scenderanno in tutta Italia daranno vita a una serie di manifestazioni in risposta agli appelli dei partiti e del sindacato a mobilitarsi contro il terrorismo.

Le ricerche andranno avanti per giorni, senza giungere ad alcun risultato. Il 19 marzo tutti i giornali pubblicano la foto di Moro e il testo delcomunicato n.1,in cui si annuncia che Aldo Moro sarà sottoposto a un processo politico dal cosiddetto “Tribunale del Popolo” istituito dalle Brigate Rosse. Il giorno successivo giungono a Roma 32 esperti della polizia tedesca per collaborare alle indagini mentre il 21 marzo vengono varate le leggi di emergenza per fronteggiare il terrorismo con l’approvazione di tutti i partiti della maggioranza. Tre il 23 e il 24 marzo viene recapitato il “comunicato n. 2” delle Brigate rosse in cui si annuncia l‘inizio del processo ad Aldo Moro e i capi d’accusa. Le Brigate affermano che l’organizzazione si muove in base al principio “contare sulle proprie forze” e il comunicato termina con la frase: “Onore ai compagni Lorenzo lannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime”.

Il 30 marzo giunge il terzo comunicato delle Brigate Rosse che annuncia una lettera di Aldo Moro a Francesco Cossiga. Moro invita a “riflettere opportunamente sul da farsi per evitare guai peggiori, pensare dunque fino in fondo per evitare una situazione emotiva ed irrazionale. In queste circostanze entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato” (…) “Il sacrifìcio degli innocenti in nome di un astratto princìpio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile. Tutti gli Stati del mondo si sono regolati in modo positivo, salvo Israele e la Germania, ma non per il caso Lorenz“. “Queste sono le alterne vicende di una guerriglia che bisogna valutare con freddezza bloccando l’emotività e riflettendo sui fatti politici. Penso che un preventivo passo della Santa Sede potrebbe essere utile. Un atteggiamento di ostilità sarebbe una astrattezza e un errore“.

Tutti i giornali pubblicano in prima pagina il testo scritto da Moro sottolineando che la lettera è chiaramente estorta. Il giorno seguente, quegli stessi giornali, riportano la risposta della DC: non si può scendere a compromessi con i terroristi. Anche Papa Paolo VI si rivolgerà ai brigatisti, chiedendo loro di lasciare libero il prigioniero, ma i giorni del sequestro Moro continuano senza che le forze dell’ordine giungano al ben che minimo risultato.

Giunge, il 5 aprile, una nuova lettera scritta da Moro e indirizzata a Zaccagnini: “Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi“.Ma lo Stato non può cedere a nessun ricatto proveniente dalle Br, afferma Andreotti alla Camera e, così, il prigioniero continua a vivere i suoi giorni di reclusione. Il 10 aprile la polizia intercetta una lettera di Aldo Moro indirizzata alla moglie dove viene riproposto lo scambio di prigionieri. Le parole di Moro sono un appello per la propria vita, una richiesta d’aiuto al partito e al governo. Moro chiede di rivedere l’atteggiamento di chiusura nei confronti di qualsiasi trattativa.

 

Aldo Moro: il 16 aprile si conclude l’interrogatorio al prigioniero

Nel pomeriggio giungerà il “comunicato n. 5” delle Brigate rosse in cui i rapitori di Moro annunciano che il processo continua e che “nulla verrà nascosto al popolo”. Il 16 aprile le Br annunciano la fine del processo: Aldo Moro è colpevole e sarà condannato a morte. Verso gli ultimi giorni del mese di aprile giungerà la notizia, smentita il 25 aprile con il comunicato numero 8 delle Br, della morte di Moro. Nell’ultimo comunicato giunto i rapitori chiedono la liberazione di 13 detenuti politici in cambio della liberazione di Aldo Moro. Andreotti sancisce la decisione del Governo di non trattare con le Br.

 

Aldo Moro, sentenza di morte dalle Br

Altre lettere giungeranno da parte del prigioniero mentre le ricerche non porteranno a nulla. Fino a quel giorno, il 6 maggio 1978 le Br inviano l’ultimo comunicato: “Concludiamo la battaglia eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato“.

Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio 1978, chiuso nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, a pochi passi da piazza Argentina. Molto vicino sia alla sede nazionale del Partito comunista italiano di via delle Botteghe Oscure, sia a Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia cristiana. La famiglia chiederà silenzio in quanto “sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”.

Aldo Moro fu tenuto prigioniero dalle Br per 55 giorni e, da quel 16 marzo 1978, sono trascorsi 37 anni. Oggi, nell’anniversario del suo rapimento, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deposto una corona di fiori in via Fani, in quel luogo in cui Aldo Moro fu rapito, in quel luogo in cui cinque persone persero la vita a causa del terrorismo.