Al Nuovo Teatro Sanità l’amore contrastato di “Edua’ II” nella riscrittura di Roberto Azzurro (VIDEO)

L’adattamento in chiave partenopea (e tragicomica) dell’opera di Christopher Marlowe

di Giuliana Gugliotti

Che cosa sarebbe successo se Eduardo II, il celebre re d’Inghilterra barbaramente ucciso per amore, fosse nato e vissuto a Napoli invece che a Londra?

La tragedia di Christopher Marlowe si sarebbe animata di personaggi coloriti, pittoreschi, un coro di giovani scugnizzi intenti a commentare le vicende sentimentali della corte guidati da una corifea/regina che fa da collante con la modernità, creando la cornice (concettuale) all’interno della quale si muovono i due protagonisti, Eduardo II e il suo amato Gaveston, riproposti, in chiave partenopea, come due antichi “femminielli” napoletani. Sì, perché l’amore che Eduardo II pagò con la vita fu un amore omosessuale, che mai la bigotta Inghilterra medioevale avrebbe potuto tollerare o, peggio ancora, accettare.

E’ quello che accade in “Edua’ II“, la riscrittura di Roberto Azzurro dell’Eduardo II di Christopher Marlowe che racconta un sovrano eccentrico, inedito e, sotto molti aspetti, più umano. Un dramma, quello di Eduardo II, che da tempo Azzurro desiderava raccontare, da quando cioè, venticinque anni fa, la trasposizione cinematografica dell’opera firmata da Derek Jarman gli “spaccò” (letteralmente) “la testa“. Nei tempi moderni il personaggio di Eduardo II, quanto mai attuale, diventa pasoliniano, controverso: il tocco di Azzurro gli conferisce una sorta di incantata frivolezza, l’innocente, fanciullesca speranza di poter coronare il suo sogno d’amore, foriera di momenti di pura goliardia che alleggeriscono il dramma della rappresentazione, fino allo scontro finale, e brutale, con la realtà dei fatti, che restituisce l’immagine di un uomo distrutto, privato dell’amato e del suo regno, pallida ombra del fastoso sovrano ch’era stato, cui la morte va incontro in maniera congeniale, quasi amichevole, come unica alternativa possibile ad un sopravvivere ormai svuotato di ogni significato.

Si ride e si piange in questo spettacolo in scena al Nuovo Teatro Sanità fino a domenica 17 novembre, per la regia di e con un magistrale Roberto Azzurro, affiancato da un versatile Carlo Caracciolo che veste alla perfezione i panni di un Gaviston partenopeo, e da una imponente Cinzia Mirabella nei panni alternativamente di corifea, voce narrante e regina moglie di Eduardo; tutti accompagnati dal coro di giovanissimi aspiranti attori del laboratorio teatrale guidato da Mario Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità, che, proprio come nelle antiche tragedie greche, fanno il loro suggestivo ingresso dai corridoi laterali, nell’ambito di una scelta poco “ortodossa” di sfruttamento degli spazi teatrali che vede gli attori salire e scendere dal palco per avvicinarsi, in senso fisico e metaforico, al pubblico; coro che, lungi dal restare perennemente ai piedi del palco su cui si consuma la vicenda, spesso emerge dall’oscurità del luogo originariamente dedicato all’orchestra per  “deflorare la quarta parete” rappresentata dal palcoscenico, come afferma Azzurro, ed entrare in contatto con i protagonisti, talora in veste di voce collettiva del popolo, talaltra di personaggi veri e propri.

Un affresco, quello dipinto da Roberto Azzurro, di sconvolgente attualità, che apre ampi spazi di riflessione su quanto l’epoca moderna sia talvolta ben poco distante da un 1300 puritano e bigotto. Ma, soprattutto, sull’universale, intramontabile potenza dell’amore, che muove i regni e non si arresta mai. Neanche davanti alla morte.

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16 novembre 2013

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