bulli

A proposito di bulli…

Bulli e bullismo, come fermare tale piaga sociale? Di certo bulli non si nasce, ma al massimo lo si può diventare. Allora chi è che sbaglia?

Ogni atto di bullismo deve essere punito, severamente punito. Punito perché chi ne ha commessi possa imparare a riconoscere che ogni azione è una scelta e che a ogni scelta segue una conseguenza; possa capire che a ogni azione c’è una reazione e che non si può restare impuniti quando una scelta che si traduce in azione è compiuta a danno di qualcun altro.

La punizione, però, ha e deve avere un valore formativo, non vendicativo. La vendetta rende i “giustizieri” simili ai bulli; una punizione, perché abbia senso, deve sempre colpire l’azione e non la persona. E’ l’atto che va colpito e severamente ingiunto, ma la persona deve sempre essere “salvata” affinché possa comprendere il senso della propria condotta e i suoi risultati.

Non si nasce geneticamente buoni o cattivi, la formazione e i modelli sono quelli che stringono una persona attorno a dei principi e dei valori o la distanziano da essi rendendoli “animali” forti, certo, ma semplicemente animali.

E’ facile, troppo comune, risolvere il problema del bullismo appellandolo con l’assoluto di degrado socio-economico in cui versa una famiglia, o con un insufficiente lavoro degli educatori e della scuola; semplice e diretto, ma non reale, non pienamente reale.

I bulli, oggi, non sono solo quelli dei quartieri più degradati, ma anche quelli dei quartieri più ricchi; non ci sono bulli solo nelle famiglie con precedenti conti aperti con la giustizia, ma anche in famiglie apparentemente irreprensibili che, dall’alto della propria scienza e onniscienza culturale o del potere economico che conferisce loro un ruolo “socialmente valido e congruo”, si suppone debbano guidare ed essere “modelli”.

I fenomeni di bullismo non accadono solo in certe scuole di frontiera debitamente e/o indebitamente accreditate del peggio che si possa conferire a un’istituzione scolastica, ma anche in scuole dove il cosiddetto “popolo alto” istruisce (o “parcheggia”?) i propri figli prima di inserirli in contesti lavorativi dove tutto è già predisposto e pronto per accogliere, non importa quanto “validi e congrui” nelle loro abilità e competenze quei giovani che si ritrovano a veder piovere dall’alto il successo non sempre meritato, il cosiddetto “cocco ammunnato e buono”.

Il bullismo, oggi anche cyber, è una grave piaga dei nostri tempi e la responsabilità non è nella singola famiglia e/o nella singola scuola o comunità formativa; esso è il frutto di responsabilità più ampie che si caratterizzano a tutti i livelli della società come mancanza di attenzione all’altro, come pre-supponenza e auto-affermazione invece che comunità e collaborazione.

Il bullismo è frutto dei troppi modelli mancati di cui ciascuno nel suo piccolo o grande contribuisce probabilmente senza rendersene conto (se vogliamo ancora credere in questo tipo di innocenza), ma di cui è comunque responsabile.

Basta guardare un qualsiasi talk-show, anche quello con le migliori intenzioni, per rendersi conto che le persone non si confrontano ma urlano, non cercano di scambiarsi delle idee ma cercano di vincere, non immaginano neanche che dall’incontro di possibilità diverse possa scaturire la soluzione ai tanti problemi dei più, no, si demoliscono, offendono, reprimono… come se la verità della relazione si esaurisse nella vittoria del proprio pensiero in una guerra tra “belve” che in realtà neanche si ascoltano né sanno quale sia il loro obiettivo se non quello della “vittoria”. Non importa che il senso muoia.

E’ un buon modello questo? No, certo che no, ma fa audience… proprio come i bulletti di quartiere o di classe che dalla diffusione delle proprie imprese sembrano guadagnarne in prestigio e anche loro, più violenti e offensivi sono, più possibilità hanno di uscire vincitori. Di che cosa, bisognerebbe chiedersi e chiedere loro, ma pochi lo fanno, perché, intanto, altri modelli hanno già compiuto la propria opera distruttiva.

Che dire, infatti, di quei genitori iper protettivi che avviliscono e ammutoliscono la crescita dei propri figli insabbiandone la capacità individuale e la libertà di impegnarsi, di scegliere, di soffrire e sbagliare anche, perché è così che si diventa donne e uomini in grado di vivere la propria realtà?

Se si guarda, per esempio, all’atteggiamento che molte famiglie hanno verso la scuola e gli insegnanti, già si ha un quadro chiaro di come due tra le fondamentali “agenzie” educative (famiglia e scuola) non sembrano lavorare per lo stesso fine.

La famiglia tende a interferire con la formazione sociale e umana che esula dai dettami della famiglia stessa; la famiglia critica pubblicamente i docenti irridendone il prestigio al cospetto dei figli; la famiglia denuncia l’eccesso di compiti o la serietà e assertività dei docenti; la famiglia interferisce con le scelte didattiche; la famiglia sembra voler ridurre la scuola a un parcheggio dove transitoriamente e inutilmente depositare i figli. Anche questo è un modello sbagliato.

Recentissima la polemica sui compiti! Certo, l’eccesso non ha senso!
I compiti, però, sono il momento in cui i ragazzi imparano a impegnarsi da soli, a confrontarsi con le conoscenze e sondare le competenze, sono un momento di scelta e individuazione delle difficoltà che poi, in classe, potranno essere superate.
I compiti sono un momento di crescita, di sacrificio; un momento per imparare a gestire i propri tempi, per educarsi al sacrificio e alla concentrazione quando tutto attorno scorre e sembra voler trascinare nel vuoto infinito.

Detto questo, non è forse da bulli l’atteggiamento di questi adulti che senza conoscere né discutere promuovono polemiche e attacchi che non solo sviliscono agli occhi dei figli la funzione dell’insegnante, ma penalizzano i figli stessi giudicandoli incapaci di discernimento.

Davvero pensiamo che i ragazzi siano così stupidi? Davvero non ci accorgiamo quanto abbiano imparato a manipolarci così come hanno visto noi fare in chissà quante occasioni, anche banali, per trovare il nostro tornaconto? Forse, allora, quando si parla di bulli, bisognerebbe discutere di modelli ed essere disposti a mettersi in gioco.

Ripeto, non si nasce geneticamente buoni o cattivi, la formazione e i modelli sono quelli che stringono una persona attorno a dei principi e dei valori o la distanziano da essi rendendoli “animali” forti, certo, ma semplicemente animali. Se si rinnega il valore della formazione della persona si può essere certi che nel seno della nostra società tanti nuovi piccoli e grandi bulli stanno già crescendo.

di Loredana De Vita