23 maggio 1992 sembra ieri

Il nuovo editoriale di Tonino Scala in ricordo dei ventidue anni dalla morte di Giovanni Falcone.

23 maggio 1992, ventidue anni… sembra ieri. Non fu un sabato come un altro. Non un sabato qualunque, non il sabato italiano che Sergio Caputo, il cantautore napoletano, ci aveva regalato con la sua bella canzone. Il peggio sembra essere passato. La notte è un dirigibile che ci porta via lontano… ma al peggio si sa, non c’è mai fine.

Fu un pomeriggio trascorso a guardare le immagini in tv. Sbigottimento, incredulità, paura. Nel quartiere si sentivano in lontananza televisioni accese. La gente era lì a guardare, ad ascoltare, a capire… a sperare. Ma c’era poco da sperare. Si attendevano i bollettini medici, quelle immagini le avevo già, erano state già scritte nelle parole che Giovanni Falcone più volte aveva ripetuto negli ultimi anni: La mafia ammazza quando si è soli! Ma Giovanni Falcone non era solo, c’eravamo noi! Quei giovani, quella parte di Palermo, della Sicilia, del bel paese, che sperava, che credeva, che aveva voglia di mettersi alle spalle questo cancro, di ricominciare una nuova vita in un nuovo paese.

Poi quel tritolo, quelle bombe, quel tratto di strada distrutto, quel clima da guerra calda, quel sangue. Immagini quelle di Capaci ancora indelebili, fanno parte, e lo faranno per sempre, del patrimonio genetico di chi le ha viste, le ha vissute. Lo sconforto, la rabbia, le chiamate. Ci demmo appuntamento sul liceo classico con i ragazzi della Fgci. Subito un sit-in, bisognava reagire. Rabbia sconforto ed ancora rabbia. “È tutta colpa del film Il Padrino se in Sicilia vengono istruiti i processi per Mafia”. Le parole di Michele Greco, boss di Cosa Nostra morto in carcere, rievocavano nella mia mente così come gli improperi per chi stava distruggendo il mio, il nostro paese. Dopo qualche giorno partimmo per Palermo, c’era una grande manifestazione.

Ricordo ancora le grida di mamma: hai l’esame di maturità. Al diavolo la maturità, i libri, lo studio, c’era una cosa più importate da fare. Palermo come l’Italia aveva bisogno di una nuova primavera, dovevo dare il mio contributo. Tanti giovani, zaini in spalla venimmo accolti dalla capitale siciliana a braccia aperte. Una città che sentiva di potercela fare. Ricordo ancora la traversata. Mal di mare a go go. Notte insonne tra un canto e una voglia di fare. Marcello Colasurdo ci accompagnò con la sua tammorra in quei giorni. Non fu l’unico. Era l’anno delle olimpiadi di Barcellona dei miei fratelloni Abbagnale, di Peppeniello di Capua. Mi iscrissi a giurisprudenza, come me, tanti giovani. Fu una scelta comune per tanti ragazzi della mia generazione, mai tanti iscritti a legge: volevamo tutti fare i magistrati. Era un modo per dire serve una mano, da lì bisogna ricominciare.

Sono trascorsi ventidue lunghi anni, tante le cose dette, tantissime quelle non dette, ancora un velo di mistero su una vicenda che ha bisogno di luce. Mi ritornano in mente tra le tante cose le parole che alcuni anni fa Carlo Azeglio Ciampi rivolse in un accorato intervento. Un appello ”perchè chi sa parli” e perché su quei tragici giorni ”si apra una sessione parlamentare dedicata a far luce su quegli avvenimenti”.

Il ricordo di Ciampi fu vivissimo. Il timore di un uomo per bene, alla guida di un paese ammalato, era quello di governare un paese sudamericano dove certe cose sono alla luce del giorno. Il presidente emerito, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esitò ad azzardare l’ipotesi più inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. Il paese deve sapere, troppi lati oscuri. Ancora oggi c’è un alone di mistero sulla vicenda. Ancora oggi c’è un conflitto istituzionale. Ancora oggi c’è voglia di verità.

Va fatta luce. Va fatta luce al più presto. Questa storia ha bisogno di verità. Il paese ha bisogno di verità. Nessuna ragion di stato può giustificare niente e nessuno. Non lasciamo soli i giudici che da anni stanno indagando tentando di ridare dignità al nostro paese. Non lo dimentichiamo mai.